La caduta di un politico è qualcosa di drammatico e fascinoso al tempo stesso. Pensate a Villepin, il bello e alto diplomatico Dominique, cui Sarkozy è riuscito a fare in pochi mesi, e forse per sempre, quello che Berlusconi da sempre vorrebbe fare a Fini. Pensate soprattutto a John Edwards, l’eroe cotonato della middle class americana che tra il 2002 e il 2003, con un Bush già incasinato in Medio Oriente ed un Partito democratico in rimessa, coltivò addirittura il sogno di insediarsi alla Casa Bianca; prima da solo, poi – candidato vice – sulla scia di John Kerry.
Sfumato quel sogno, negli anni successivi Edwards non ne ha più azzeccata una, e nel 2012 potrebbe addirittura ritrovarsi in prigione, per una triste faccenda di finanziamenti elettorali distratti ad usi privati. Corollario imprevedibile, questo, dell’ennesima storia di corna cui quegli sporcaccioni di democratici (americani, sia chiaro) ci abituano da tempo immemore; perché se una donnetta Rice qualsiasi, di riffa o di raffa tocca a tutti, l’idea di darle i soldi versati dagli elettori per la campagna è più che peregrina. E’ un suicidio. E anche se Edwards fosse bravo a smontare le accuse, questo in ogni caso non gli basterebbe a rientrare in gioco.
Infatti anche Villepin, coinvolto in uno scandalo diverso ma egualmente spinoso (l’affaire Clearstream, storia di una supposta macchinazione ai danni di M. Sarkozy), che pure le accuse è già riuscito a smontarle, assolto tanto in primo che secondo grado, ha scarse prospettive davanti a sé. E soprattutto pochi appoggi. Al punto da dover fondare un partito tutto suo (Republique Solidaire) con cui candidarsi alle Presidenziali 2012. Non si sa se per vincerle o per farle perdere al nemico di sempre: quella che sarebbe, in effetti, una riuscita macchinazione.
E in Italia? Da noi non ci sono stati, almeno recentemente, simili traumatici epiloghi di carriere politiche; quantomeno di carriere importanti, cioè di protagonisti primari come quelli citati. Dopo Tangentopoli il ceto dirigente è rimasto abbastanza stabile, e l’unica fine improvvisa di un leader riconosciuto è riconducibile alla vicenda di Fausto Bertinotti. Che tuttavia può considerare quella stessa come conclusione naturale, per quanto anticipata, del ciclo di un politico maturo. Bertinotti, del resto, non è precipitato nel nulla, né ha avuto macchiata la sua immagine. Ha solo perso male, ed è uscito perché ha perso male. Quel che dovrebbe peraltro essere naturale, in un sistema sano.
Tuttavia è proprio nello scandalo, nell’allontanamento coatto, o comunque nell’evento violento, che spazza via uomini e storie, che la politica esprime la propria agghiacciante, eppure in qualche modo anche eccitante, sensuale brutalità. Quando quel potere brillante che si esprimeva nel volto, nella robustezza della stretta di mano, insinuato dentro le stanze dei bottoni come in quelle da letto, quando quel potere che ti era dato ti può essere tolto, senza appello. Che anche se ti appelli, poi, è una mano contro una valanga. Spesso una mano silenziosa contro una valanga che grida.
Il politico dovrebbe ricordarlo sempre, e il cittadino dovrebbe pensarci un po’ di più: non è vero che in politica non si paga mai. E non è un fatto di luoghi, di contesti, di culture: capita ovunque. Anche se forse da noi, ultimamente, si paga in modo diverso: aumenta, cioè, l’esposizione al fuoco dei media mentre il ruolo che si esercita – malgrado quel fuoco – resta pressoché non intaccato. Se sia poi questa un’evoluzione oppure il suo contrario, lo dirà il tempo.
Quel che invece è sicuro è che la politica sia rischio, pericolo, e non solo. Essa è una forma di morte e di rinascita metacivica: si muore, da cittadini, per ritrovarsi espressione di qualcosa di più grande, di pubblico, cui ad un certo punto solo si appartiene; se ne è solo parte, a volte anche una parte minima, e questo anche se il cuore, e il cervello, e i sentimenti, e soprattutto i risentimenti restano fragilmente privati.
Chi fa politica, quindi, se lo dovrebbe sempre chiedere: ne vale la pena? Ed anche se poi la risposta dovesse essere scontatamente affermativa – perché quel rito quotidiano dà, come è noto, un’elevata dipendenza, se lo chieda lo stesso. Se è vero che il politico è un drogato, è altrettanto vero che un drogato sa distinguere le epoche e soprattutto la droga. In quindici anni è un po’ come se fossimo passati dalle fumerie d’oppio ai rave party. Dove non può l’etica, insomma, dovrebbe osare l’estetica.

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