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venerdì 16 dicembre 2011

I negretti e i matti.

Migliori, perbene, cool, castigatori professionisti, perdonatori professionisti, finti destri, finti sinistri. I Buoni. E poi i negretti e i matti.

Fascistoide o meno, un matto è prima di tutto un matto. Però è evidente che esista, non solo in Italia, una feccia razzista e violenta, un cancro – così si dice di solito – “da estirpare“. Di tale fenomeno, tuttavia, almeno da noi, non si comprendono o non si vogliono comprendere mai abbastanza le cause; e neppure si offrono, ad esso, da alcuna parte, adeguati rimedi.

E’ una sera di due anni fa, è una serata molto mondana, è – in altre parole, mescolate – un ‘cool de sac’: cioè di quelle che non vuoi ma devi, perché c’è Tizio, e c’è Caio, le Istituzioni, bella location, bello tutto. Parlotto col vicino di sedia e d’un tratto ascolto l’ospite d’onore, al microfono, allertare i presenti circa il fatto che “i negretti non ci pagheranno certo le pensioni“. Così: testuale, al microfono, durante la non breve né interessante orazione, l’ospite d’onore spara la sua generosa ed imprevista cazzata.

E suscita, dopo un silenzio percepito di due secondi netti, la complice ilarità di molti degli ottimi presenti, e lo sdegno di pochissimi. Il mio vicino, poi, è particolarmente contento: quando ha capito che si poteva ha anche battuto le mani. Si sente a casa, e mi sorride quasi fossi un familiare. Caino, al massimo, vista la compagnia.

La morale non cercatela, perché non c’è; ma se dagli ottimi ed ilari presenti passa il messaggio che il negretto è un parassita, un vezzeggiativo che non vezzeggia e stona col cool, non sarà poi mica azzardato sostener legittimata la feccia anche (e sottolineo, anche) dalla vigliaccheria educata di tante brave persone. Che sono sì tutte educate, perbene, e però lasciano insospettabilmente esprimere in quel modo l’oratore di turno; tollerandolo se non, addirittura, condividendolo. “Però ha ragione”, dice infatti, nel mentre, un’imitazione di signora, scuotendo tette disperatamente robuste.

Ma questo poco importa, in realtà. Importa, invece, se pensi che sono quelle stesse, brave persone a chiedere “reazioni ferme”, “rimedi severissimi”, “pene esemplari” per i delinquenti. E importa che alla fine, tuttavia, malgrado le posizioni verbalmente oltranziste, malgrado i momentanei ed immancabili deliri su pena di morte e amenità varie, malgrado tutte le altre parimenti generose e, stavolta sì, prevedibili cazzate in canna, alla fine – dicevo – importa che queste persone siano, stringi stringi, inibite anch’esse dall’originale, avvolgente e soprattutto coinvolgente mantra nostrano della “non violenza“, del “sì, però”, del “ma riflettiamoci bene”, sino alla resa finale, l’immancabile ed ecumenico allargamento delle braccia. Talora con annesso scrollamento di spalle. Che è poi il vero classico di tutte le brave persone d’Italia, di qualunque provenienza geografica e di qualunque appartenenza politica.

Quello che voleva bruciare il rom, e castrare (“sì, ma solo chimicamente”) il mostro… puff!… basta un’allargatina di braccia dopo lo sfogo tra il primo e il secondo ed è una persona nuova. Che non odia. Che ragiona. Che prende il dolce. Volemose bene. Peace.

L’allargamento delle braccia è un gesto umano, ormai divenuto corporea per quanto scomposta ideologia di bontà; ma una bontà che non è in nulla e per nulla tollerante, anzi. Che non si tollera un bel niente, e si perdona più che altro in serie. E’, insomma, soprattutto una ginnastica morale: ùn-dùe, allargare e poi di nuovo disprezzare: se non è il negretto, qualcun altro si trova sempre. E’ un segnale trasversale, un’ideologia popolare che tuttavia mira, questo è il punto, solamente a edulcorare. E che per fare questo, giocoforza, ha bisogno di un qualunque amaro da correggere.

Un po’ come fosse una bustina ideologica di zucchero in un caffè ideologico di merda, se il paragone ci è concesso. E siccome il caffè è variegato, ha tanti gusti per tutti i gusti, ecco che si spazia dal dolcificare a prescindere al più maturo rito della contestualizzazione, fino all’evergreen che resta e resterà comunque, specie in un posto quale è il nostro, la folgorazione mistica. La folgorazione è puro saccarosio per le masse, e risulta infatti sempre gettonatissima: preferibile (soprattutto più commerciabile) è quella in cui ci si vota a qualche pittoresco santino locale, ma se proprio si vuole optare per il sommo può andare uguale. Per quanto ormai defilato e in minoranza, è pur sempre anche lui un azionista del gruppo, sebbene d’altra levatura.

Un costume, quindi, o piuttosto una divisa, culturale e civile: questo è in pratica il nostro esser bontà, il nostro non voler essere violenza. Parlarne, semmai. E basta. Come a esorcizzare.

Infatti questa cultura evoluta – anche quando a parole la evoca, o addirittura la invoca – in realtà la rifugge, la turpe violenza. Non si sa se per vigliaccheria di rimando, o per reale convinzione. A sentire gli esegeti del Bene lo fa perché “noi siamo figli di una grande civiltà”, eccetera eccetera; e anche se così trascuriamo l’evidenza del fatto che la civiltà sia invece stata, storicamente, (anche) un fatto di violenza, questo non cambia nè le cose né le idee. La parola d’ordine è: al massimo parole; e infatti poi non si tocca nessuno: braccia larghe e anime vuote.

Perché a questa società di finti destri e finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, in fondo neppure interessa punire; sia con che senza violenza. Anzi. A questa società di figli-di-una-grande-civiltà, finti destri, finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, oratori imprevedibili, uditori compiacenti, è evidente cosa interessi davvero; e non è l’analisi del torto, né dei suoi rimedi, blandi o estremi che siano.

Ma il pigro lamentare, piuttosto; e il malizioso sputtanare; e leggere, o sentire, o sapere di altrui lamentazioni e sputtanamenti; e per i più avvertiti, possibilmente, camparci sopra. Sono, in genere, questi ultimi, i più grandi figli-di-una-grande-civiltà, e sempre in genere rischiano di diventare onorevoli per forza d’inerzia. Spacciatori di buon senso, da talk, da legislature in serie, se possibile. Così la pensione ce l’hanno di sicuro. Con buona pace dell’orator coglione. Altro che i negretti. Altro che i matti. Altro che civiltà.Inserisci link

Articolo pubblicato il 16.12.2011 su TheFrontPage

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