Le idee, i concetti, e prima ancora le parole che servono a rappresentarli.Tutto sembra avvolto, nel dibattito pubblico italiano, da un’ambiguità di fondo, che inibisce sempre più la comprensione di ciò di cui si discute, o di cui si vorrebbe discutere. Resta tuttavia da capire se tale ambiguità rappresenti una disfunzione del sistema, o se invece sia rivelatrice di particolari retaggi, che condizionino i protagonisti di quello stesso dibattito.Userò, quale esempio, la sempre fervida creatività nominalistica dei politici.Poche settimane fa è nato il gruppo parlamentare che fa capo al presidente della camera. È stato battezzato Futuro e Libertà.Se il riferimento al futuro può spiegarsi nel richiamo del nome scelto – a suo tempo – per la fondazione vicina allo stesso presidente Fini (FareFuturo, appunto), quello alla libertà è più sorprendente, poiché si mantiene nel solco della nostra destra recente, da cui pure Fini sembra volersi allontanare.La parola “libertà” – per quanto già storicamente legata a certa tradizione conservatrice – è stata infatti oggetto, negli ultimi anni, della più spietata cannibalizzazione berlusconiana. L’attuale capo del governo ha, fin dalla sua discesa in campo, fatto della “libertà”, o meglio ancora di una stereotipata (e molto personale) interpretazione della stessa “libertà”, il vero segno distintivo di quel suo campo.Ripetendola come un mantra, ma senza mai spiegare bene a quale tipo di libertà alludesse, egli ha – anzi – addirittura confuso le due categorie fondamentali dell’essere liberi: ovvero l’essere liberi da (qualcosa, qualcuno), e l’essere liberi di (fare qualcosa). Con conseguenze di non poco conto.Da Fini, pertanto, ci si sarebbe potuti attendere un allontanamento da questa china, equivoca e pericolosa. Invece non è stato così.Per carità, forse l’opera di “mondatura” della destra, che egli ha appena iniziato, vuole investire anche i linguaggi (rendendoli più consapevoli) oltre che i comportamenti, ma è un fatto che – a nostro avviso – Fini ha perso un’opportunità di chiarificazione. E, a conti fatti, anche di innovazione.Egli non è il solo, tuttavia. Pure a sinistra, ciò che è tradizionale tende spesso a diventare insuperabile, anche a parole. Si pensi al richiamo alla “giustizia”, che viene solitamente trasfuso – senza tuttavia alcuna esatta coincidenza – nell’aggettivo “democratico”: a sua volta variamente declinato. Sì che quel che ne sortisce, alla fine, è una (appunto) tradizionale contrapposizione tra “libertà” e “giustizia”: non solo anacronistica, ma del tutto non condivisibile.Mi piace ricordare, a riguardo, quel che scriveva Guido Calogero nel manifesto del liberalsocialismo del 1940. Calogero sosteneva (ovviamente in modo più articolato di quanto qui possa rendersi) come le istituzioni della libertà politica e quelle della giustizia economica si sostenessero e si richiedessero vicendevolmente; legate, egli spiegava, da un «nesso indissolubile di reciproca presupposizione ».Tanto a Fini che a Bersani, Calogero avrebbe pertanto ricordato che «nè la libertà può essere un futuro, rispetto alla giustizia, né la giustizia un futuro rispetto alla libertà. Entrambe debbono essere presenti ed operanti, a garantirsi e a promuoversi a vicenda». L’esperienza dei governi di centrosinistra della prima repubblica, in particolare nella fase di ascesa e consolidamento del Partito socialista, ha visto applicato con notevole successo questo principio.Dopo, purtroppo, una vuota radicalizzazione di schemi e schieramenti – pure favorita dal sistema elettorale – ha isolato due valori che pure dovevano (e dovrebbero ancora) marciare insieme.La libertà ha bisogno di giustizia. La giustizia di libertà.Il mutato quadro politico fa sì che la possibilità di farle coesistere non sia oggi – per varie ragioni – prerogativa della sola parte progressista. Fini probabilmente l’ha capito; ma allora, ci chiediamo, perchè non dirlo? Perchè non scriverlo? Tanto più che egli proviene da una destra sociale.Così, mentre lui nicchia, e il Pd – come sempre – osserva, l’unica eccezione nel panorama descritto si ritrova sorprendentemente (?) in Nichi Vendola.Uomo che viene dal mondo della giustizia (della sinistra pura), egli ha capito, non da adesso, come l’arroccamento su quel concetto lo avrebbe condannato – se possibile – ad un’ancor maggiore residualità. Così ha rischiato, ha rotto un tabù e sfidato un ossimoro, e nel 2009 è nata Sinistra e Libertà. Un anno dopo è indubitabile come, almeno personalmente, Vendola abbia vinto la propria scommessa.Pare che quel che di lui maggiormente colpisca il pubblico sia la chiarezza, lo slancio innovativo. Forse, aggiungiamo, anche il banale coraggio di dire una parola in più. La parola giusta.
(articolo pubblicato su "Europa" del 21.8.2010)
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