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domenica 18 dicembre 2011

venerdì 16 dicembre 2011

Ci salvano gli Uomini. Ci salvano i Rossi.

NICOLA



Lo avevamo già imparato nel 1982.
A noi ci salvano i Rossi.



VASCO


1.50''-2.40''

I negretti e i matti.

Migliori, perbene, cool, castigatori professionisti, perdonatori professionisti, finti destri, finti sinistri. I Buoni. E poi i negretti e i matti.

Fascistoide o meno, un matto è prima di tutto un matto. Però è evidente che esista, non solo in Italia, una feccia razzista e violenta, un cancro – così si dice di solito – “da estirpare“. Di tale fenomeno, tuttavia, almeno da noi, non si comprendono o non si vogliono comprendere mai abbastanza le cause; e neppure si offrono, ad esso, da alcuna parte, adeguati rimedi.

E’ una sera di due anni fa, è una serata molto mondana, è – in altre parole, mescolate – un ‘cool de sac’: cioè di quelle che non vuoi ma devi, perché c’è Tizio, e c’è Caio, le Istituzioni, bella location, bello tutto. Parlotto col vicino di sedia e d’un tratto ascolto l’ospite d’onore, al microfono, allertare i presenti circa il fatto che “i negretti non ci pagheranno certo le pensioni“. Così: testuale, al microfono, durante la non breve né interessante orazione, l’ospite d’onore spara la sua generosa ed imprevista cazzata.

E suscita, dopo un silenzio percepito di due secondi netti, la complice ilarità di molti degli ottimi presenti, e lo sdegno di pochissimi. Il mio vicino, poi, è particolarmente contento: quando ha capito che si poteva ha anche battuto le mani. Si sente a casa, e mi sorride quasi fossi un familiare. Caino, al massimo, vista la compagnia.

La morale non cercatela, perché non c’è; ma se dagli ottimi ed ilari presenti passa il messaggio che il negretto è un parassita, un vezzeggiativo che non vezzeggia e stona col cool, non sarà poi mica azzardato sostener legittimata la feccia anche (e sottolineo, anche) dalla vigliaccheria educata di tante brave persone. Che sono sì tutte educate, perbene, e però lasciano insospettabilmente esprimere in quel modo l’oratore di turno; tollerandolo se non, addirittura, condividendolo. “Però ha ragione”, dice infatti, nel mentre, un’imitazione di signora, scuotendo tette disperatamente robuste.

Ma questo poco importa, in realtà. Importa, invece, se pensi che sono quelle stesse, brave persone a chiedere “reazioni ferme”, “rimedi severissimi”, “pene esemplari” per i delinquenti. E importa che alla fine, tuttavia, malgrado le posizioni verbalmente oltranziste, malgrado i momentanei ed immancabili deliri su pena di morte e amenità varie, malgrado tutte le altre parimenti generose e, stavolta sì, prevedibili cazzate in canna, alla fine – dicevo – importa che queste persone siano, stringi stringi, inibite anch’esse dall’originale, avvolgente e soprattutto coinvolgente mantra nostrano della “non violenza“, del “sì, però”, del “ma riflettiamoci bene”, sino alla resa finale, l’immancabile ed ecumenico allargamento delle braccia. Talora con annesso scrollamento di spalle. Che è poi il vero classico di tutte le brave persone d’Italia, di qualunque provenienza geografica e di qualunque appartenenza politica.

Quello che voleva bruciare il rom, e castrare (“sì, ma solo chimicamente”) il mostro… puff!… basta un’allargatina di braccia dopo lo sfogo tra il primo e il secondo ed è una persona nuova. Che non odia. Che ragiona. Che prende il dolce. Volemose bene. Peace.

L’allargamento delle braccia è un gesto umano, ormai divenuto corporea per quanto scomposta ideologia di bontà; ma una bontà che non è in nulla e per nulla tollerante, anzi. Che non si tollera un bel niente, e si perdona più che altro in serie. E’, insomma, soprattutto una ginnastica morale: ùn-dùe, allargare e poi di nuovo disprezzare: se non è il negretto, qualcun altro si trova sempre. E’ un segnale trasversale, un’ideologia popolare che tuttavia mira, questo è il punto, solamente a edulcorare. E che per fare questo, giocoforza, ha bisogno di un qualunque amaro da correggere.

Un po’ come fosse una bustina ideologica di zucchero in un caffè ideologico di merda, se il paragone ci è concesso. E siccome il caffè è variegato, ha tanti gusti per tutti i gusti, ecco che si spazia dal dolcificare a prescindere al più maturo rito della contestualizzazione, fino all’evergreen che resta e resterà comunque, specie in un posto quale è il nostro, la folgorazione mistica. La folgorazione è puro saccarosio per le masse, e risulta infatti sempre gettonatissima: preferibile (soprattutto più commerciabile) è quella in cui ci si vota a qualche pittoresco santino locale, ma se proprio si vuole optare per il sommo può andare uguale. Per quanto ormai defilato e in minoranza, è pur sempre anche lui un azionista del gruppo, sebbene d’altra levatura.

Un costume, quindi, o piuttosto una divisa, culturale e civile: questo è in pratica il nostro esser bontà, il nostro non voler essere violenza. Parlarne, semmai. E basta. Come a esorcizzare.

Infatti questa cultura evoluta – anche quando a parole la evoca, o addirittura la invoca – in realtà la rifugge, la turpe violenza. Non si sa se per vigliaccheria di rimando, o per reale convinzione. A sentire gli esegeti del Bene lo fa perché “noi siamo figli di una grande civiltà”, eccetera eccetera; e anche se così trascuriamo l’evidenza del fatto che la civiltà sia invece stata, storicamente, (anche) un fatto di violenza, questo non cambia nè le cose né le idee. La parola d’ordine è: al massimo parole; e infatti poi non si tocca nessuno: braccia larghe e anime vuote.

Perché a questa società di finti destri e finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, in fondo neppure interessa punire; sia con che senza violenza. Anzi. A questa società di figli-di-una-grande-civiltà, finti destri, finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, oratori imprevedibili, uditori compiacenti, è evidente cosa interessi davvero; e non è l’analisi del torto, né dei suoi rimedi, blandi o estremi che siano.

Ma il pigro lamentare, piuttosto; e il malizioso sputtanare; e leggere, o sentire, o sapere di altrui lamentazioni e sputtanamenti; e per i più avvertiti, possibilmente, camparci sopra. Sono, in genere, questi ultimi, i più grandi figli-di-una-grande-civiltà, e sempre in genere rischiano di diventare onorevoli per forza d’inerzia. Spacciatori di buon senso, da talk, da legislature in serie, se possibile. Così la pensione ce l’hanno di sicuro. Con buona pace dell’orator coglione. Altro che i negretti. Altro che i matti. Altro che civiltà.Inserisci link

Articolo pubblicato il 16.12.2011 su TheFrontPage

mercoledì 14 dicembre 2011

Passeggiare a Parigi / La mia "Midnight in Paris"



Quando vedo un film di Woody Allen mi capita, generalmente, di avere delle idee. Oppure, in alternativa, di sentirmi sommerso sotto le sue. Midnight in Paris mi ha posto in una condizione intermedia. Appena uscito dal cinema, infatti, ho cominciato a pensare al mio prossimo soggiorno parigino, e agli incontri che potrei fare, durante le mie passeggiate. Che sono in verità meno notturne di quelle di Owen Wilson, ma egualmente lunghe, frequenti e appassionate. Io però non sono Owen Wilson, non sono neppure americano e non scrivo sceneggiature per Hollywood. Le mie frequentazioni oniriche a Parigi sarebbero ben diverse da quelle del suo personaggio, e così pure le curiosità da soddisfare.

Ecco che mi immagino in boulevard Lenoir, poco prima di arrivare all’altezza del Canal St. Martin, imbattermi in Jules Maigret, appena uscito di casa. Era una vita che volevo conoscerlo, e la prima cosa che noto – tirando un sospiro di sollievo – è che ha proprio la faccia di Gino Cervi; anzi, lui è Gino Cervi. Ottimo, per me, che infatti potrò soddisfare, in un sol colpo, una doppia curiosità. Così a Maigret chiedo come facesse a concludere tante inchieste senza ricorrere alle intercettazioni telefoniche. A Cervi, invece, cosa avrebbe detto Guareschi dello spread.

Saziata la mia curiosità, mi dirigo verso St. Germain, perché devo assolutamente trovare Sartre prima che rincasi. Cenerà solo anche stasera; la signora è fuori, emancipata al solito, che ha da fare. E’ cupo, Sartre. Ma glielo devo proprio dire, glielo dico lo stesso e glielo dico subito: di tutte quelle sue teorizzazioni di una vita quel che oggi resta è una massa di spacciatori del pensiero, buoni solo a… Come dice? …? No, Sartre, la ringrazio, l’aperitivo no. Ma mi lasci finire, insisto… Sa che in Italia adesso va forte uno che si chiama Saviano, non so se… Come? …? No, non credo che Saviano possa per l’aperitivo. Con Sartre non ci si diverte molto; io la capisco la Simone, in fondo.

E da chi posso andare, adesso? Comincia a essere buio, ho freddo. Voltaire mi ha dato buca. Forse l’ho spaventato dicendogli che avevo un sacco di cose da chiedergli, e mi ha risposto sibillino come sa fare lui …eh, ma non credo di essere abbastanza ignorante per darti tutte queste risposte. Furbo. Però è stato gentile, mi ha mandato Montesquieu. Così, poco più tardi, su una panchina di place Dauphine abbiamo cominciato a parlare di separazione dei poteri. Io gli ho spiegato che le cose, oggi, da noi, sono un po’ evolute. Lui ascolta, ascolta, ma dopo poco si alza, e senza dire una parola si sistema la sciarpa e si dilegua in una nebbiolina illuminata dai lampioni del ponte nuovo. Che tipo.

Mi resta poco da fare e più nessuno da vedere. Torno verso l’appartamento, zona Saint Paul, e già che ci sono allungo per rue de Beautreillis, civico 17. Citofono “Morrison”, magari che gli andasse una birretta. Grazie – mi risponde - ma sono in bagno, sto per entrare nelle vasca”. Per carità, penso io, ogni volta ci resta un’eternità. E me ne vado. Così decido di rincasare definitivamente.

Mentre apro la porta suona il telefono. Rispondo, è di nuovo Voltaire: Ehi, non prendere mai più per il culo Montesquieu…ma non lo sai che hai un carattere di merda?. Mi scuso, ma il fatto è che la separazione dei poteri oggi funziona davvero così, almeno in Italia. Per favore… -risponde – In nessun paese liberale potrebbero capitare cose simili…. Ecco!, grido, perchè è quello il punto: Infatti non c’è mai stato nessuno stato liberale in It… – click! – …lia… Pronto? Pronto? Voltaire ha riattaccato. Ma come, dico, tutta quella manfrina sulla tolleranza, “…non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita eccetera” e poi manco mi lasci finire la frase? Certo che hanno un bel carattere, questi illuministi.

Vado in bagno e il telefono, dall’altra stanza, squilla ancora. Si sarà reso conto che è stato un cafone, penso tra me e me. Pronto? Sì, salve, sono Guareschi. Senta, Cervi mi ha accennato qualcosa, ma non ci ho capito niente… Cosa diavolo sarebbe questa storia dello sprèd?.


Articolo pubblicato il 13.12.2011 su TheFrontPage

martedì 6 dicembre 2011

Coraggio, liberale, non farti ammazzare.


Adesso che il governo è finito in mani affidabili, soprattutto per loro, i liberali italiani – razza rimasta sotterranea, o silente, o che si è semplicemente accasata altrove, secondo le opportunità del momento, per un secolo abbondante – hanno, per la prima volta nella loro storia, la chance di essere maggioranza; e di potersi anche organizzare, in forma maggioritaria. Venuti meno (o, più correttamente, ridotti in modo proporzionale, almeno nella rappresentatività percepita) i grandi partiti della Seconda Repubblica, si sente oggi più che mai la mancanza di una casa comune per tutti coloro che, con varia consapevolezza, credono ancora – o forse ci credono per la prima volta – nei principi di un liberalismo einaudiano.

E’ un fatto, tuttavia, che con la declamazione rigida di quei principi e con quel genere, austero, di testimonial, i liberali siano storicamente andati poco lontano; ridimensionati, nelle proprie ambizioni, dalla forza significatrice e semplificatrice dei partiti popolari tradizionali. Dalla Dc al Pci, da Forza Italia (poi Pdl) al Pds (poi Ds, Pd, e quindi – pare – di nuovo Pci), tutti hanno contenuto, quando non frustrato, nelle urne, le autonome ambizioni dei liberali: si chiamassero essi, appunto, così, “Liberali”, ovvero, estendendone la famiglia, “Radicali” o “Repubblicani” (non parliamo del Partito d’Azione, anzitempo vittima di Erodi cattocomunisti); ovvero, giungendo quasi sino ai nostri tempi, avessero assunto denominazioni composte: da cui la genesi di innumerevoli “Alleanze”, di diversa natura, fattura ma inevitabile, infine, chiusura.

Eppure anche quando – riparandosi dai rischi autonomisti – si sono messi al servizio di contenitori cosiddetti “plurali”, ai liberali italiani non è mai stato dato particolare spazio ed ascolto. Anzi. Perché ai liberali italiani, autonomi o trasversali che fossero, o intendessero essere, hanno sempre fatto difetto due cose: a) un’immagine chiara, comprensibile in pochi secondi da chiunque; b) dei testimonial efficaci, che sapessero dare, appunto, quell’immagine e renderla di pronta condivisione. L’errore di complicare eccessivamente è in realtà il dazio che si paga allo scrupolo del metodo scientifico e della competente obiettività di giudizio (che è un vero must liberale, diciamolo); ma in ossequio al principio nicciano secondo cui “la verità è che la verità cambia”, anche gli scientifici e preparati liberali dovrebbero rassegnarsi a qualche mutamento. Specie se allettati dalle prospettive che, al momento, il mercato del voto offre loro.

E’ giunto il tempo di non ridursi solo a libri ed austerità, e pensare – invece – alle immagini, ai volti, ai cuori. Le immagini, i volti, i cuori, non sono riferimenti casuali. Ritengo infatti che in questi ultimi anni vi sia stato un solo uomo politico (ma non è un politico professionista, e non è, diciamolo subito, un italiano) che abbia saputo incarnare e trasmettere in modo chiaro alla gente i valori autentici dell’essere individui liberi in un libero Stato. E descrivendone, altresì, anche la caducità, e gli inganni che possono nasconderli o confonderli, questi ha pure affermato la necessità di ricercarli, di ritrovarli; e all’occorrenza – perché no? – di ridefinirli.

Vediamo come, partendo da alcuni contesti. 1. La sanzione, ad esempio: un cardine di ogni Stato di diritto. Ma che accade quando la certezza di una colpa risulta preceduta da un sospetto o da un pregiudizio, troppo veloci ad insinuarsi, a volte persino anche troppo convincenti? Accade che quel pregiudizio, se non diventa esso stesso sanzione, la scatena, arbitraria. Così ne discende l’opportunità, prudente, del dubbio.

2. Però è un fatto che quel dubbio rischia di avere vita dura, in un tempo che non dispensa mai dall’obbligo della verità. Che non dispensa neppure quando la verità non esiste, o comunque non si riconosce. E quando poi si scambia la verità con la vita, allora capita il peggio: chè il nostro tempo non dispensa neppure dall’obbligo della vita. E questo anche quando è la vita stessa a non esistere, o a non riconoscersi.

3. Laddove invece, pur riconoscendosi, la vita si scopre precaria, ecco che spesso essa offre all’individuo una prospettiva nuova, meno radicale, attraverso cui guardare a sé ed alle cose: i dogmi si offrono alla relativizzazione, e quelle differenze su cui spesso si edifica, a contrario – nell’opposizione all’altro-da-sè – la propria stessa soggettività, anche le differenze più avvertite possono cedere il passo ad un’estrema, finalmente autonoma consapevolezza.

4. Questa è la fortuna dell’essere uomini. Quella di potersi riscattare sempre, fino alla fine. E non solo come singoli, ma anche come corpo sociale. Educandosi reciprocamente, ciascuno a modo proprio, ad una nuova, tollerante ed insieme anche competitiva idea di comunità.

Ora vi chiederete: chi ha detto o teorizzato tutto questo? Chi sarà mai questo lucido custode della vulgata liberale? Non bisogna in verità cercare lontano, per trovare la risposta: basta andare al cinema. Perché è appunto ad un uomo di cinema, Clint Eastwood, peraltro già sindaco repubblicano di Carmel (California), che va il merito di aver realizzato, in questi anni, con i suoi film, un manifesto popolare dell’autentico, profondo spirito liberale. Che è appunto, tra le altre cose, sospendere un giudizio, anche o soprattutto di fronte al sospetto (1.Mystic River, 2003). Che è rispettare la vita come espressione del libero arbitrio (2.Million Dollar Baby, 2004). Che è capire come il mondo sia più grande di una strada, di una città ed anche di una guerra; e che l’arma più potente sta proprio in quel capire (3.Gran Torino, 2008). Che è pensare ad una comunità come frutto di una rinuncia reciproca, ma anche come pretesa, come meta comune (4.Invictus, 2009).

Insomma, in termini di diritti (e doveri) civili, in questi ultimi anni il regista C.E. ha spiegato – riuscendone compreso – a milioni di persone quanto gli eredi, viventi e prestati alla politica, di Stuart Mill o Tocqueville, o – avvicinandosi a noi, come epoca e come sentire – Roepke, non siano riusciti a fare. Certo che senza di loro, tanto gli originali che gli epigoni, non avrebbe avuto nulla da divulgare e nessun presidio ideale cui ancorarsi, ma altrettanto certo è questo: l’originalità del manifesto liberale di C.E. c’è ed è nel suo stile personale, da eterno cowboy: essenziale e rigoroso; spigoloso fino al brutale, silenzioso sino all’enunciato. Quel che dovrebbe essere, o provare ad essere, a volte, la stessa politica.

Perchè la gente, oggi, specie da noi, ha bisogno proprio di questo: di sentimenti schietti, espressioni umane e severa comprensione. Se riesci a dare tutto questo, allora a quella gente potrai anche dare un po’ di complesso ma vitale liberalismo; però non da scienziati, o da tecnocrati; piuttosto, appunto, da cowboy, se ci riuscissero, dovrebbero ragionare, e comportarsi, i liberali. Particolarmente quelli italiani. Per loro il vuoto della politica contemporanea potrebbe diventare una vasta prateria. E l’Europa, l’idea concreta di Europa (cioè sociale, e non solo economica), la frontiera. Insomma, per dirla un po’ come direbbe lui, “coraggio, liberale, non farti ammazzare”. Provaci.

Articolo pubblicato il 5.12.2011 su TheFrontPage

domenica 4 dicembre 2011

Socrates / 1954 - 2011


Titolo di studio: Laurea in medicina.
Professione: Calciatore.
Statistiche: 60 presenze con il Brasile, 22 gol.
Riconoscimenti: Miglior calciatore sudamericano 1983.
Soprannome/1: Il Dottore.
Soprannome/2: O magrao (Il magrone).
Abitudini/1: Pacchetti di sigarette al giorno fumati: 2.
Abitudini/2: Lattine di birra al giorno bevute: numerose.
Particolari/1: Scarsa o nulla attitudine all'allenamento.
Particolari/2: Propensione all'impegno sociale e politico.
Curiosità: prima di un'amichevole, in Brasile, scommise di toccare la palla solamente di tacco per tutta la partita; pare che l’ impresa gli riuscì.
Disse:"Mai accetterò una vita di accomodamento, non voglio perdere il mio senso critico del mondo".

Sampaio De Souza Vieira De Oliveira Socrates Brasileiro

Socrates

Belem, 19.2.1954 / San Paolo, 4.12.2011





venerdì 2 dicembre 2011

Lungimiranza.

Sulla storia e sulle sorti della sinistra italiana si sente e si legge di tutto.
Io, dopo aver ascoltato questa canzone, ho capito che mi mancava un pezzo importante.
Chi sa manifestare un concetto evocando un'atmosfera è - di solito - uno bravo.
Ma gli Offlaga di più; gli Offlaga sono geniali, veramente.




Era un periodo in cui ognuno faceva il suo mestiere: il partito faceva il partito, la federazione giovanile faceva la federazione giovanile, l' A.R.C.I., l' A.R.C.I., i fonici, i fonici.
In quel circoletto ricavato nella sezione del quartiere Pappagnocca il partito metteva i soldi, la federazione giovanile i giovani, l'A.R.C.I. gli spettacoli. Al giovedì suonavano i cosiddetti "gruppi di base" ...storie improbabili già dal nome: Toro Toro, Taxi Cipango, Far Fronte.
I "Far Fronte" facevano paura solo per quello.
Una sera tocca a una specie di cantautore.
Il fonico dell' A.R.C.I. che lo accompagna è affamato e mentre addenta il panino che gli ho appena preparato anticipa le magnifiche sorti dell'uomo in questione... Io resto in cucina a cucinare, lui appena fuori dalla porta a fonicare. In sala non più di venti persone,sul palco un tizio schivo quanto basta farfuglia cosette al microfono. Lo ascolto con attenzione ma non mi dice niente, mentre il fonico affamato giura che farà una grande carriera.
Sarà, ma il pubblico sparuto del giovedì sera non pare garantirgli un promettente futuro.
Anche il fonico sta lavorando ad un disco in proprio e pure del suo ne dicono un gran bene.
Mi sembrano tutti fuori di testa. Ma dove credete di andare?
Torno in cucina a fare panini per due sedicenti futuri eroi della canzone italiana ridacchiando alle loro spalle di quelle speranze un po' ridicole nel loro grossolano errore di prospettiva.
Ripensando al circoletto, allo sfigato sul palco e al "mangiapane a tradimento" che stava al mixer credo che in quel giovedì sera sia andata poi di lusso quasi a tutti.
E andò che il circolo chiuse assieme alla sezione per far posto ad una pizzeria dal nome insolito. Andò che l' "A.RC.I. spettacoli" organizza spettacoli sempre più grandi.
E il cantautore ha fatto davvero la sua luminosa carriera.
Mentre il fonico si gioca da anni con un modenese il primo posto nell'immaginario collettivo.
Il partito risulta "non pervenuto".