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giovedì 18 giugno 2009

Mi mancherà Ralf Dahrendorf.


Io e Ralf Dahrendorf abbiamo passato "insieme" circa un anno. Dalla primavera del 2000 alla primavera del 2001: quando lavorai ad una (lunga) tesi su di lui e sul suo progressivo approdo alle teorie funzionaliste.
Mi ha accompagnato in vari colloqui, in cui la domanda "Ma perchè lei ha fatto una tesi di laurea in giurisprudenza su Ralf Dahrendorf?" era una costante.
Ho corretto spesso la scrittura del suo nome nelle prolusioni di qualche politico amico che non posizionava mai bene l"h".
Lo leggevo già su Repubblica, opinionista d'eccezione, e ho continuato a leggerlo dopo quell'incontro. Tra il 2000 e il 2001, per i motivi indicati, dovetti analizzare gran parte della sua produzione: dal fondamentale Classi e conflitto di classe nella società industriale (che scrisse nel 1957, a 28 anni!), a La nuova società, da La libertà che cambia, a Al di la della crisi, a Pensare e fare politica. E poi Legge e ordine, La democrazia in Europa, Per un nuovo liberalismo, Diari europei, Perché l'Europa?, Quadrare il cerchio.
Dahrendorf passò negli anni da un'analisi di forte complessità ad un approccio più semplice, a volte anche semplicistico nello stile, ai temi trattati.
Per questo suo progressivo allontanamento dall'"eccellenza accademica", che lo portava a scrivere e pubblicare molto, veniva considerato da alcuni, a torto o ragione, un "minore".
Posso dire che a me questo minore, e le sue vulgate, sono piaciuti. Posso dire anche di più: e cioè che nella mia formazione ha contato molto, e probabilmente più di ogni altro filosofo e sociologo contemporaneo.
Nel 2003 diede alla stampa Libertà attiva e Dopo la democrazia, due testi - a mio avviso - di ottimo livello, e di cui consiglio la lettura.
A volte, leggendolo, sembrava di farci una chiacchierata: mi resta il grande rimpianto di non averlo conosciuto. In fondo ero convinto che sarebbe capitato. E invece no, peccato.

venerdì 5 giugno 2009

martedì 2 giugno 2009

L'Italia è da ricostruire. Il futuro è (anche) la memoria. Enrico Mattei.

L'Italia è da ricostruire. Tuttavia non lo farà nè Berlusconi nè Franceschini. Lo faranno gli Italiani, se ne saranno capaci. Se saranno capaci di affrontare un nuovo dopoguerra, che però viene senza una guerra prima e senza un'ansia di pace e di prosperità, dopo. L'Italia che vuole un futuro, sempre di più deve conoscere il suo passato. Fatto di uomini forti, coraggiosi; ma anche semplici, di una coerenza contadina. Con un istinto geniale, eppure i piedi per terra. O sulle nostre nuvole: basse, però: sulla pianura padana.


giovedì 28 maggio 2009

Pausa elettorale. Il mio volantino al posto mio.


E' parecchio che non scrivo. Ho privilegiato Facebook, ma nemmeno lì in effetti parlo molto; più che altro "linko". Da oggi riprendo, con il mio volantino / cartolina; con una illustrazione del sottoscritto che è opera di King Simon Panella. E che, personalmente, mi piace.

giovedì 30 aprile 2009

Senna.

Sono passati 15 anni dal pomeriggio più lungo che io ricordi.
Tutti fummo in ansia per ore. Poi, quando, verso le 5 di una domenica assolatissima e calda, apprendemmo dalla tv che Senna non sarebbe sopravvissuto, io, come molti altri, sentii uno smarrimento addosso simile all'aprirsi di una voragine. Fu un evento immenso, perchè lui era immenso. E anche oggi sembra impossibile che lui non ci sia. La memoria dovuta a Senna non ha in sè nemmeno un briciolo di retorica, ma solo la consapevolezza di una dimensione umana e sportiva fuori dalla norma. La prova è che noi tutti ci ricordiamo dove fossimo - e con chi - quando Senna morì, come accade per ogni evento che segna una vita.




Sergio Leone (Il était une fois la révolution).

In ricordo del più grande narratore cinematografico dell'epica.

sabato 25 aprile 2009

Erano 25 anni fa, il mio 25 aprile. Un fatto personale.

25 aprile. Non c'entra niente con la politica. Ma è di colpo che mi accorgo di ricordarmi esattamente dove sono stato, cosa ho fatto, addirittura cosa ho detto, e a chi, esattamente 25 anni fa. Mentre scrivo, alla stessa ora in cui oggi scrivo, io mi ricordo particolari, colori, forse addirittura la temperatura. Una giornata in una cascina, probabilmente a Vinzaglio, naturalmente con i miei genitori (avevo 9 anni): sempre all'ora del mentre scrivo alla Tv c'era Roma - Dundee Utd., poi seguì la cena e un'altra partita di calcio: Juventus - Manchester Utd.
I risultati sportivi non contano, perchè qui l'unico numero da scrivere - lo ripeto - è 25: di aprile, di anni trascorsi..A me il tempo che passa fa un effetto cane; e coglierlo così, e sentirmi così colto di sorpresa me ne fa ancora di più: che è più o meno un terzo di vita, da pomeriggio a pomeriggio.
I pensieri non si aggiungono, qui; nemmeno si svelano, non servirebbe. La vita è un pò meno definibile di quanto la letteratura o ..la psicanalisi pretendano, e forse anche più banale.
Infatti oggi la mia vita mi sembra in larga parte, e soprattutto, quel che sta in mezzo a Roma - Dundee, e a questo post.
Non saprei definirla, ma c'è stata. Penso al dopo, e penso che anche il dopo è destinato a un ricordo: così improvviso, e forse anche un pò "sgangherato". Una fotografia di me, ma anche dei luoghi in cui mi trovo, delle persone che ho attorno, dei costumi che cambiano. Di immagini confuse, come quella in alto, in cui migliaia di persone si consegnano, indistinguibili, alla posterità.
Ma allora chissà, forse mi sbaglio. Forse è legittimo pensare che anche questa sia - a modo suo - politica. Del resto, il rapporto con la memoria è sempre un fatto sociale, anche quando essa è privata. Perchè non esiste memoria privata che non sia anche collettiva. E se ne parlo qui, di questa parentesi temporale, è proprio perchè penso che parlarne spieghi qualcosa di me e di quel che penso delle cose, forse anche meglio di un'opinione (che non sarebbe troppo originale) sulla ricorrenza odierna.
Di cui molti, moltissimi discutono, come di molte altre date e questioni, e come di molte date e questioni, anche un pò furbescamente; spesso tuttavia non raccontando mai nulla di sè. Ci si abbandona piuttosto al pettegolezzo, ma un'intima idea di noi forse non ha importanza, prima che cittadinanza. E questo credo sia un peccato, più che un male.