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giovedì 28 giugno 2012

Parlo da solo.

E' un po' che parlo da solo. E non è così strano.
Se si scrive da soli (ed è inevitabile) si può ben parlare, anche, da soli.
Non che faccia male, ma neppure così bene.
Forse, tra l'altro, scrivo anche troppo delicato. In fondo ne ho sempre avuto il sospetto.

sabato 2 giugno 2012

Da Romolo e Remo al Nostro Boemo.


"Da Romolo e Remo al Grande Boemo": fu uno striscione affisso all'Olimpico, che fece storia.
Ho solo cambiato "Grande" con "Nostro", e non per difetto di grandezza: semmai perchè nel giorno di un ritorno a cui io - romanista e zemaniano - non ho mai osato credere per non farmi del male, e non sentire riemergere il dispiacere per quel distacco eterodiretto di 13 anni or sono (di cui più volte ho qui scritto), in questo giorno del ritorno - dicevo - quello che sento è soprattutto l'amore, la gioia, la comunione di sentimenti di un popolo, quello della Roma, nel ritrovare un uomo che come pochi altri ne ha incarnato lo spirito.
Gli "altri", probabilmente, non lo capiscono.
Già ci dicono che non vinceremo mai. Che continueremo a non vincere mai.
Ecco, lasciamo pure che lo dicano.
Una gioia come la nostra, senza titoli, seconde o terze stelle, senza coppe e chincaglieria varia, fatta solo di persone e di abbracci, di schemi e di campo, è una gioia che vale solo per chi può capirla.
Il Boemo, del resto, ci ha insegnato a non incazzarci, a stare sereni, a lasciar parlare.
Quello che conta nella vita è altro: coerenza, lavoro, e poca retorica. Poi, se ti comporti bene, le cose vengono. Vale anche per l'allenatore. Magari la felicità non è la Champions League o la Coppa del Mondo: magari è tornare in una squadra che per te è più di ogni altra. E infatti anche lui, oggi, porta con sè una gioia che probabilmente non si paragona. E che per una magia, un caso strano ma bello del destino, trova la nostra.
Zeman torna alla Roma. La Nostra, la Sua. Noi lo ritroviamo come si ritrova una parte di noi stessi.
E siamo tutti contenti così. Anche senza titoli, seconde e terze stelle, senza coppe e chincaglieria varia. Strano ma vero. Invidiateci pure.

mercoledì 23 maggio 2012

Fermare i fiumi.


Nel 1969 le cascate del Niagara furono prosciugate perchè il letto delle stesse potesse essere analizzato dall'Army Corps Engineers. 
A vedere, oggi, queste immagini si resta a bocca aperta. Deviare le acque, almeno in quelle specifiche condizioni, non era opera priva di difficoltà. Così ci sembra quasi incredibile che più di quarant'anni fa l'Uomo abbia potuto tanto; e forse un poco sembra incredibile anche per noi, oggi. Non incredibile, probabilmente, il "poterlo fare", la possibilità; ma certamente "il farlo", l'esecuzione, il verificarsi di quell'ipotesi.
Siamo infatti condizionati da rassegnazione e scetticismo crescenti; atteggiamenti che accompagnano la nostra disabitudine all'azione e all'impegno. Come se qualcos'altro potesse, o peggio dovesse agire in nostra vece. Così restiamo spesso in oziosa attesa, oppure ci consegniamo a una rabbia cieca.
Questo vale tanto per il privato che per il pubblico, cioè per la politica. O ci si oppone recisamente a tutto, a tavolino; o si denigra, o si evocano con maggior forza identità di varia specie (geografica, ideologica, morale) confidando che quella maggior forza, quasi facendosi imperio, possa nascondere il vuoto di una proposta che spesso non c'è.
In questa data odierna, simbolica, il significato del tentativo, della sfida, dell'impegno (che da privato diventi, appunto, pubblico) riporta con la mente a chi - sfidando non tanto la natura, ma una parte, potremmo dire oscura, di quella stessa - ha perso la vita e guadagnato, tuttavia, la nostra memoria condivisa. 
Nessuno di noi può fermare, da solo, i fiumi; e neppure le bombe; e questo vale anche per gli uomini di Stato. Ma ci consola pensare che neppure le bombe hanno fermato, infine, quegli uomini di Stato. Loro sono ancora ben presenti. In quel plurale, ovvero nella pluralità di quel coraggio c'è infatti la nostra forza, e la nostra speranza: collettiva, ed in fondo - io credo - anche personale.
In quel plurale c'è il fiume della nostra Comunità: che non dobbiamo fermare, ma - anzi - riprendere a navigare. Con rinnovata, maggiore ed ambiziosa fiducia.

sabato 19 maggio 2012

L'innocenza.

"Chiusi gli occhi per tre volte
mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì

A volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek  
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio nell'altro il paradiso"




L'offesa dell'innocenza è qualcosa che non possiamo sopportare.
E non dovremmo sopportarla mai.
Una comunità giusta deve proteggerla sempre, quest'innocenza.

lunedì 14 maggio 2012

Ciao Capitano.





Mentre i tifosi della Juventus salutano la loro bandiera storica, una stella tanto assoluta quanto corretta e leale (rarità calcistica), a noi romanisti - sempre un po' orfani del presente - resta la memoria sportiva ed umana di Ago, della cui scomparsa tra poco cadrà il diciottesimo anniversario. Due storie diverse, quelle di questi Capitani; due conclusioni diverse, due glorie diverse, due squadre diverse, due identità diverse, però il segno di una comune, collettiva passione per l'Uomo calciatore, o il calciatore Uomo che sia. Così, in questo saluto a Del Piero, bello e toccante, perchè vale la persona che si saluta, noi ricordiamo - per buona associazione - Agostino Di Bartolomei.
Altro Uomo autentico.
Il nostro Capitano pulito. 
La nostra Storia: che è altrettanto bella, per quanto diversa.


domenica 6 maggio 2012

sabato 5 maggio 2012

Il convento.


Un convento è oggi, sostanzialmente, la residenza degli appartenenti ad un dato ordine religioso in un territorio dato.
Anche in considerazione della crescente crisi di vocazioni religiose, tuttavia, negli ultimi decenni molti conventi sono rimasti deserti, gli immobili sono stati immessi sul mercato e spesso sono stati riconvertiti in residenze private o strutture alberghiere.
(Fonte Wikipedia)