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sabato 25 agosto 2012

L'ultimo americano.


Greg Lemond, ultimo americano vincitore di un Tour de France, nel 1990.
Dopo di lui nessun ciclista statunistense riuscirà più ad aggiudicarsi la corsa francese.
Proprio nessuno.

giovedì 23 agosto 2012

Bolt e Lewis: da Leggende e Miti, meno antitesi e più sintesi.



La polemica tra il più grande velocista di tutti i tempi e il migliore atleta del ventesimo secolo, ovvero Usain Bolt, l’uno, e Carl Lewis, l’altro, non appassiona ma in fondo neppure disturba. Perchè un senso ce l’ha, pure abbastanza preciso. Fin da bambini siamo stati rimbambiti dal concetto di classifica, del “meglio” e del “peggio”, e poi - ancora - da assolutizzazioni coatte, che di assoluto avevano spesso solo la propria inutilità, e infine da superlativi ed iperboli buttati lì, a caso. Siccome, crescendo, la cosa è andata anche degenerando, appena abbiamo trovato un Bolt da ricoprire di gloria (la più autentica e meritata, ci mancherebbe) non è parso vero che fosse proprio Bolt, lui medesimo, a compiere il rito supremo che ogni cultura del paragone esige, ovvero la demolizione del paragonato. Considerando come dei contemporanei, già paragonati in pista, vi sia ormai poco da dire e pressoché più nulla da demolire, Bolt – nel frattempo autoproclamatosi Leggenda – ha affermato di “aver perso ogni stima” nientemeno che per Carl Lewis, vale a dire il Mito. Sprinter di un altro tempo, Carl Lewis, eppure fuori dal tempo: atemporale, eterno, esattamente come sarà, da qui in avanti, lo stesso Bolt. Che non è impazzito, intendiamoci: è umano, quindi permaloso. Lewis è colpevole, ai suoi occhi (e non solo ai suoi), di aver avanzato dubbi sulle rapide progressioni, in termini di prestazioni, degli atleti di Kingston. Banale osservare come dubbio non equivalga ad accusa, e come debba ritenersi legittimo avanzarne quando vi sia una valutazione tecnica a monte (alcune progressioni sono in effetti molto rapide, e il parere di un Mito non è proprio quello dell’ultimo venuto); fatto sta che Bolt ha avuto una ragione plausibile per sparare contro Lewis, cosa che a molti non è dispiaciuta. Lewis ha infatti sempre rappresentato, per così dire, il volto migliore dello sprint e dell’atletica tutta. Talmente migliore da risultare insopportabilmente perfetto, ed insopportabilmente infallibile: che anche quando gli capitava di fallire saltava sempre fuori una ragione buona a giustificarlo. A partire dall’avvento di quel demone di Ben Johnson, che gli rubò due anni di onori e medaglie (salva la restituzione postuma), fino alla generosità nei confronti del pubblico (che appassionava in ben tre discipline, tra cui l’usurante salto in lungo, senza risparmiarsi) e dei compagni (cui non impediva di crescere alla sua ombra, talora insegnando loro i segreti utili a batterlo: ne fu un esempio il carneade DeLoach, a sopresa vincitore a Seul e poi eclissatosi). E’ chiaro che tutta questa bontà, una simile sconfinata perfezione, specie se al lordo dell’apologia di una stampa oltremodo  compiacente, risultava almeno ai più avvertiti abbastanza indigesta. Fu proprio in ragione di quest’ultimo aspetto che anche per uno come Ben Johnson non fu difficile – almeno all’inizio – fare proseliti “anti Lewis”. A paragone di Lewis e dei suoi compagni (buoni, spesso belli e sempre velocissimi pure loro), gli altri erano scarrafoni senza speranze. E quando pure di speranze essi arrivavano a coltivarne, quelle, alla prova dei fatti, o diventavano vane o si rivelavano illecite.  Il risultato pertanto non cambiava:  a Lewis e i suoi tutto, al resto del mondo niente. Con l’avvento dell’era “global” le cose fortunatamente sono un po’ cambiate. Anche negli stadi di atletica gli Stati Uniti hanno smesso di essere cannibali, e per quanto riguarda la velocità le medaglie di Mondiali ed Olimpiadi sono state distribuite più variamente e forse anche più “democraticamente” tra atleti di diverse provenienze (dall’Africa, al Nord America e addirittura all’Europa). Questo, almeno, fino a Bolt. Quando un nuovo cannibale e la sua discendenza hanno ri-occupato, a tutti gli effetti, quel ruolo dominante che prima era stato dei soli americani. Ora, se valga più – come cannibale – un Mito statunitense o una Leggenda giamaicana è esercizio che riprende la stupidità delle nostre abitudini, quella di cui parlavo all’inizio. Può anche essere vero che l’oblio stia stretto a Lewis, che questi abbia voluto provocare “per frustrazione” - è la tesi di Bolt - ma di brutte soprese, quanto a doping, ne abbiamo avute troppe, in questi anni. Preoccuparsi a riguardo non può pertanto essere un torto. Lewis medesimo fu privato di due titoli “sul  campo”, per illeciti altrui, ed è facile capire come sia particolarmente sensibile al problema. Ma un conto – in ogni caso – è l’ego di Lewis, o quello che di stucchevole o addirittura di perfido egli ebbe ad incarnare; un conto è se quello che dice oggi abbia senso. E per quanto Bolt non sembri in alcun modo un prodotto da laboratorio – ma al contrario, una forza della natura nel senso più autentico – interrogarsi (anche) sulla eccezionale crescita del movimento giamaicano in questi ultimi anni non può essere considerato un abuso nè un delitto di lesa maestà. Bene farebbero allora  entrambi ad allontanare da se stessi la proiezione di un fuorviante e impossibile duello a distanza, e a ripristinare i rapporti di buon vicinato che si convengono tra Miti e Leggende. Chi ha corso e vissuto l’atletica sa che l’unico confronto vero è in pista: contro gli altri e anche o soprattutto contro se stessi. Conta solo quello. Conta esserci, lì, in quel preciso momento: magari riuscendo a sovvertire un pronostico, o tentando di sfruttare l’unica chance che si presenti in un’intera carriera. Perché in fondo non vale meno l’impresa solitaria di chi ha avuto in sorte un inferiore bagaglio genetico, o un più limitato talento, rispetto ai record di Miti e Leggende; e del resto, se attendessimo di vedere in pista, e tifare, solo extraterrestri rischieremmo di non assistere più ad alcuna gara. Detto questo, l’importante è che l’impresa, sia essa singola o seriale, sia pulita: solo questo conta. E in nome di questa esigenza è bene che tutti si impegnino a fornire il proprio contributo. A partire dai supereroi: chiamati, anziché all’antitesi, ad una sintesi di epoche e soprattutto di valori sportivi.

venerdì 17 agosto 2012

Chi sono i vincitori, chi sono i vinti.

Quando si sentono elargire patenti di "sconfitta" politica con grande facilità, o quando, anche su questioni più amene (lo sport, ad esempio) si sente dire di Tizio o di Caio che "quelli sono dei falliti perchè non hanno mai vinto niente", occorrerebbe interrogarsi a fondo su cosa si intenda per "sconfitta" e su cosa si intenda invece per "vittoria", e quindi per "vincitore".
La storia insegna che è giudizio difficile, e sempre molto azzardato, quello che vuole ridurre gli uomini ai loro riconoscimenti pubblici, ai loro premi, o per altri versi alle classifiche.
Gandhi, ad esempio, benchè universalmente riconosciuto come simbolo della non violenza, non lo vinse mai, il Nobel per la pace. 
In compenso lo assegnarono a Kissinger, nel 1973. Cioè, per ironia della sorte, nello stesso anno in cui si consumò il violentissimo e sanguinario golpe cileno dell'11 settembre, sostenuto dal governo statunitense di cui lo stesso Kissinger era alto funzionario.
Dunque Gandhi è stato un perdente, e Kissinger un vincitore.
Questo, almeno, sembrerebbe dire la logica del riconoscimento, quella del premio e del cosiddetto '"albo d'oro".
La conclusione viene da sè, se non altro per chi la voglia intendere.

Un documento controverso ma significativo, il testo della lettera che Gandhi scrisse a Hitler nel luglio del 1939 (non fu la prima, peraltro) per tentare di scongiurare l'imminente guerra.


Caro amico,
alcuni amici mi hanno chiesto con insistenza di scriverle una lettera per il bene dell'umanità. Io ho resistito alla richiesta, a causa della sensazione che qualunque lettera da parte mia sarebbe stata interpretata come un atto di impertinenza.
Tuttavia, qualcosa mi spinge a fare lo stesso un tentativo, qualunque valore esso possa avere.


E' evidente che lei oggi è l'unica persona al mondo che possa scongiurare una guerra che potrebbe riportare l'umanità ad uno stato selvaggio. E' disposto a pagare questo prezzo per raggiungere il suo obiettivo, qualunque valore questo obiettivo possa avere per lei? Ascolterà l'appello di uno che ha deliberatamente rinnegato il metodo della guerra, non senza considerevoli risultati?

In ogni caso le anticipo le mie scuse se in qualche modo ho sbagliato decidendo di scriverle.
Sinceramente vostro,
M. K. Gandhi"

domenica 12 agosto 2012

Mario Monti, l'homme qui ose l'Europe.

E' piuttosto singolare lasciare l'Italia, in cui il Primo Ministro è descritto come un incapace affamatore, e ritrovare sul più importante quotidiano di un altro paese - storicamente in perenne rivalità e competizione con il nostro - un encomio mai visto prima di quel medesimo premier.
Un encomio mai visto rivolgere, prima, a un italiano. Anzi, due. Leggete.

(Le Monde del 12.8.12, prima pagina)

Altro link, se non vedete bene l'immagine: TESTO.

giovedì 2 agosto 2012

Pensieri [Aldo/PdS/Olimpiadi]

Agli europei, in finale, sullo 0-2 avrei voluto far entrare Domenghini. Oltre a Baggio, è ovvio. 
Domenghini come a dire quegli uomini timidi del settentrione duro, quel settentrione da fatica, nebbia e due parole al minuto. Uomini forti come alberi, alberi possibilmente al gelo.  
Uomini da missile, da impresa a terra, uomini da rabbia e velocità, uomini da arena.
Gente come poteva essere un Aldo Maldera Terzo, con quel Terzo che da bambini sembrava un vezzo, non un ordine di discendenza. Ora che è passato tanto, tanto tempo riesco appena a pensare che aldomalderaterzo, terzino da nove natte (goals, per i lettori non locali) all'anno, uno dei "vecchi" del nostro scudetto più bello, a quell'epoca era tanto più giovane di me.

Il ricordo di Maldera su RomaChannel

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Il Polo della Speranza (degli ultimi a morire), in acronimo PdS, è un'idea allucinante che tuttavia mi rincuora: perchè mi fa capire che la sinistra vuole continuare nella propria onesta opera di autoabbattimento a prescindere da presenti ed assenti. 
Insomma, per quanto i dissidenti - prima - fossero indigesti, non era un'operazione in odio ad essi. Non era, cioè, un dispetto per pochi infimi.
Loro sono proprio così. Grazie per la coerenza, compagni.

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Una settimana di Olimpiadi e nessuna emozione particolare.
Si potrà mai brandizzare la noia?

domenica 15 luglio 2012

Appunti [Generazione].

Voglio bene alla mia generazione, se lo merita.
Anche quelli che mi stanno sulle palle, anche loro: provo un affetto diffuso.
Che sia una reazione alla dittatura gerontocratrica e alle furberie dei suoi navigati rappresentanti, o che sia invece il frutto di un ricordo comune, l'idea di condividere qualcosa di buono che c'è stato, in mezzo a questo deserto di idee e propositi - fosse anche solo la nostra pazienza, ora che c'è fretta di tutto - poco conta. Quello è.
La mia generazione è stata abbastanza fregata, ma non ha fregato nessuno. Si lamenta meno di quel che dovrebbe, e questo le fa piuttosto onore. La mia generazione, fatalista, anche un po' ingenua,  illusa dagli ottanta, sedotta dai novanta, quindi abbandonata dagli zero, può essere la leva da cui far ripartire la nostra Comunità. Potrebbe esserlo proprio per quella ingenuità, proprio per non aver imparato a fregare nessuno (magari una forma etica di pigrizia). E poi perchè conosce la difficoltà meglio dei genitori, e perchè ha capito che qualcosa lo deve pur fare, per non mandare al massacro i figli.
Importante è che il fatalismo non diventi rassegnazione. Rischio che esiste.
Sarebbe imperdonabile rassegnarsi senza contributi pagati; e sarebbe pericoloso rassegnarsi da soli, senza nemmeno la tessera di un partito, o meglio ancora di una potente organizzazione sindacale dei pensionati alle spalle. Che ci educhino alla rivendicazione dell'oggi, senza alcuna idea di domani, e poi magari vengano a raccontarci - di tanto in tanto - che "noi siamo per i giovani: che i giovani sono il futuro"; quasi ce lo fossimo dimenticati, e tanto per metterci la coscienza a posto.
Come i furbi di sempre. Li trovi a ogni latitudine, politica e non. A ogni elezione. A ogni legge finanziaria. A ogni costo, cascasse il mondo, li trovi.

domenica 8 luglio 2012

Italia 90 + 22.


Ventidue anni fa esatti, in queste ore, stava per concludersi il XIV Campionato mondiale di calcio, organizzato per quella edizione in Italia: passerà alla storia, appunto, come "Italia 90". Questo qui sopra è il pupazzo asettico, a metà strada tra il brutto, il simpatico e il grottesco, che fu scelto come mascotte ufficiale. Eravamo, allora, il paese del design (qualcuno dice che lo siamo ancora, ma sembra fede più che convinzione), volevamo stupire: saltò fuori questo mostriciattolo, dal nome Ciao, che ancora sta appeso a qualche mazzo di chiavi, o impresso su qualche vecchio astuccio, nascosto in qualche pezzo di mondo.
Ebbene, in quelle ore che mi separavano dalla finale (una finale che sarebbe stata noiosa come spesso capita ai mondiali, meno agli europei) mi chiedevo se mai più in vita mia avrei vissuto una simile emozione sportiva, un simile coinvolgimento popolare, una simile spensieratezza.
La risposta è no.
Per questo, ancora oggi, malgrado polemiche pregresse e postume sull'organizzazione, che da noi non mancano mai, e mai mancheranno, ho un ricordo bellissimo di Italia 90, di quella Nazionale, di quegli stadi colorati, e di quel mese di festa. Di quelle notti. E me lo tengo stretto.
Con poche immagini. L'inizio. La felicità. La delusione.