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domenica 1 agosto 2010

Una storia a tavola.


Ci sono poche cose che mi piacciono quanto stare a tavola. Meglio se insieme a persone di mio gradimento, con argomenti interessanti (o a volte, perchè no, anche spensierati) sui quali conversare.
I costi? Non è obbligatorio svenarsi, le tavole possono essere di vario prezzo. Certo, la qualità si paga, ma può ben capitare di trovarsi (più che) bene anche in posti semplici. L'importante è che abbiano un'anima: l'importante è che ci sia un'anima, per ogni tavola e per ogni prezzo. Questa è una legge direi assoluta, inderogabile. E tuttavia aggiungerei che spesso è trasgredita, anche nel Belpaese...
Potrei fare una mappa del mio territorio, segnalare posti e suggerire persino portate e angoli del locale di turno, che siano di particolare fascino e amenità; prima o poi lo farò, per adesso mi limito a considerazioni un pò disordinate.
Sono tre o quattro, in particolare, gli chef che operano "in" o "intorno a" Vercelli che sono (maggiormente) solito frequentare. Vi parlerò di tutti loro, ma di sicuro non in un colpo solo. E soprattutto ve ne parlerò come piace a me: all'improvviso, come mi viene, disorganicamente.
Parto - con un motivo preciso che mi spinge a farlo, ve lo rivelerò tra poco - da Roberto (Balgisi), nato a Varese, classe '73, vercellese di adozione. Di lui - potete scommetterci - parleranno molti, in futuro; ha cominciato a farlo AltissimoCeto (Viaggiatore Gourmet), che in una recente recensione ha consacrato abilità e talento di un ragazzo pieno di passione e disciplina (basta farci una chiacchierata, coglierete da soli la sua indole, tra il marziale e il calvinista). Leggetela, e se trovate tempo fate un salto nel locale suo e di Claudia, la moglie: "Casa Mia". Merita, vedrete. Prima di alzarvi da tavola, però, appunto come consiglia il recensore, cercate di "capire" il posto, il suo spirito, i suoi "perchè". E' sempre bello riflettere sulla passione che muove un'arte qual è la cucina. E tutti i suoi interpreti, s'intende. Gli attori, ovvio, ma a volte anche gli spettatori.
Con Roberto io ho parlato tante volte, a "fornelli spenti". Lui mi dà un Porto, o (ultimamente) uno strepitoso passito calabrese*, e io sono contento.
L'ultima volta, però, è avvenuto qualcosa di particolare, di imprevedibile. Che merita, appunto, di essere raccontato.
Seduto, da solo, in un tavolo defilato, un signore alto e canuto completava lentamente e (aggiungerei, non a caso) "dettagliatamente" (cioè dettagliando, a se stesso, ogni riflessione su ogni singola portata) il suo pranzo. Tra appunti particolari e particolari sguardi, costui non poteva non tradire, a chi sa, quello che egli medesimo sapeva. Roberto lo ha notato, e lo ha seguito, assecondandone la misteriosa competenza. Chi era quell'uomo? Troppo facile pronosticare che fosse un messo di una qualche celebre guida.
Ma non era così.

Al termine anch'io ho potuto parlarci.
E' stato singolare, ma anche bello, scoprire che dopo qualche decennio di onorata professione una persona - finalmente in pensione - possa trovare il tempo e la voglia di dedicarsi, appunto, a una passione, qual è il cibo; al punto di spenderci (più o meno) ogni momento libero; al punto di fare cose un pò pazze per assecondarla (vedi andata e ritorno in giornata per e da Ragusa, per conoscere i piatti di Ciccio Sultano, e lo stesso Ciccio Sultano**); al punto (questa è buona) da farla diventare addirittura un premio cui parametrare la diligenza scolastica dei nipotini: "se sono bravi li porto qui, o qua... (disegna su un'immaginaria cartina, n.d.r.) altrimenti dove si mangia meno bene, oppure non ce li porto del tutto ".
Non rivelerò, ovviamente, il nome di questo raro (e direi davvero apprezzabile) gourmand, nè altri aspetti più divertenti (e privati) della sua storia di viagiatore del gusto; scambiati i numeri telefonici, ci rivedremo. Io avverto già il piacere di poter sentire, ma spero anche raccontare, nuove storie che nascono e vivono intorno alla tavola; fino alla radice di un senso - il gusto - così forte e radicato nell'essere da farsi sentimento.
Un sentimento, si. Il cibo vive con noi, ci parla, ci ascolta. Vive nella nostra storia, la costruisce: è "tradizione". Dobbiamo, probabilmente, recuperarla, questa tradizione; offesa dalla pornografia del cibo fast, e forse anche un poco dal mito retorico di quello slow.
Più che una velocità, lo stare a tavola esprime - secondo me - l'atemporalità di una storia.
Che o la leggi, o la mangi.
A presto, quindi: col culo sulla sedia, per un nuovo capitolo.

* Inserirò quanto prima i dati relativi al passito che colpevolmente non ricordo.
** Apprendo come a Ciccio Sultano si attribuisca la seguente frase: "Il mondo si divide in due categorie: quelli che vengono a Ragusa e passano da Ciccio Sultano, e quelli che vengono da Ciccio Sultano e con l'occasione passano da Ragusa"
Foto: "Casa Mia", Vercelli, di Roberto Balgisi

1 commento:

Luca ha detto...

I dati del passito??