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martedì 31 agosto 2010

Un dolore.


E' un dolore, un grande dolore, la morte di Laurent Fignon.
E' il dolore del tifoso, lo sgomento per la fine della vita di un uomo giovane, di un atleta, quindi di un preteso invincibile.
Ma è soprattutto il dispiacere, profondo, di chi ha condiviso, sia pure attraverso un libro (un bel libro), l'epilogo dell'esistenza di un proprio mito, scoperto uomo di spessore, alla fine quasi di un "amico" - come sono solito, in fondo, considerare ogni autore che sappia conquistarmi il cuore. Ne parlavo giusto un anno fa, sui 400colpi, "recensendo" Nous étions jeunes et insouciants, la sua autobiografia. Proprio una settimana fa, ad Honfleur avevo visto il libro in riedizione, con una nuova prefazione, di fine 2009 o inizio 2010, in cui Fignon parlava dell'evoluzione della malattia. Non sembrava incoraggiante, ma non pensavo sarebbe stato così repentino, il precipitare delle cose.

Mi mancherà, Fignon. Anzi, mi manca già adesso. Mi manca, molto più dell'atleta, quell' "amico" incontrato per caso: intelligente, profondo, sensibile.

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