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domenica 13 marzo 2011

il Dario.

Non mi piace la retorica, e non riuscirò - nè, peraltro, ne ho intenzione - ad usarti parole retoriche. Tu, peraltro, nemmeno le avresti gradite.
Però è un fatto che incontrarti in un bar il venerdì mattina, scambiare le solite battute sulla politica che tanto piaceva ad entrambi, rivederti ancora, all'uscita, intento a leggere il giornale, chiamandoti per nome, per un saluto, e poi sapere - alla domenica pomeriggio - che te ne sei andato, mi colpisce; e rattrista. E lascia un senso che è difficile definire, che fa pensare a tante cose. Penso prima di tutto che non ci rivedremo, e non mi potrai chiamare "comunista" come eri solito fare, per sentirti rispondere "camerata", nel nostro consumato gioco delle parti.
Non mi potrai più nemmeno raccontare del tuo fucile preferito, che nelle battute di caccia in qualche posto che non ricordo, ti regalò la perfezione di un suono perfetto: "Una musica, una musica", spiegavi.
Quando cominciavi a raccontare erano sempre in tanti a fermarsi, specie tra i colleghi, in Tribunale. Mi viene in mente l'estate trascorsa, quando eravamo sul ponte levatoio all'ingresso: stavi illustrando le virtù di un "ferro" ("te lo dico anche se voi comunisti di armi non capite una mazza"), e ne venne fuori una storia tra l'epico e il didattico. Arrivarono in parecchi: prima Roberto, poi Giorgio, e poi altri. A tutti piaceva parlare con te, e a te piaceva stare in mezzo alle persone.
Persone che ti ricorderanno: come uomo delle istituzioni, come avvocato, come vercellese, ma soprattutto come il Dario.

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