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mercoledì 8 ottobre 2008

L'esperimento che fallisce.

Nel commento al post precedente, che non riguarda il post precedente (fotografico), un'amica mi esorta a dire qualcosa sulla crisi internazionale. Siccome è un'amica impegnata, che si interessa alle cose, che ha senso e responsabilità civica, un pò mi sento in colpa...perchè in effetti non ho detto nulla sui fatti forse davvero più importanti di questi ultimi anni. Ho messo lì una foto di Paul Newman, e poi lì l'ho lasciata per giorni.
Non so se sono colpevole, ma propendo per l'assoluzione. E faccio, a riguardo, qualche riflessione.
A che serve parlare di una crisi del tutto preventivabile? A che serve se i suoi effetti sono andati oltre ad ogni umana previsione? A che serve se i media nemmeno ci sottolineano tali effetti? A che serve se, tra questi effetti, ci sono le prime nazionalizzazioni americane, e se questo fatto che - per obiettività di giudizio - dovrebbe valere tanto quanto la caduta del muro di Berlino (infatti segna il declino di un altro sistema) passa quasi inosservato...?
Non so cosa ne pensino, tutti quelli che ogni giorno parlano di globalizzazione, del fatto che la globalizzazione sia finita.
Se ne saranno resi conto che è finita?
Perchè è finita, sia chiaro. Interrotta, mettiamola così se preferite, ma è fuor di dubbio che un ciclo è concluso.
E cosa si dice in giro? Non si dice niente, neanche una parola. Ognuno si cela silenzioso nei propri silenziosi quartieri. Ma vi rendete conto?
Servono misure efficaci per fronteggiare unitariamente la crisi in Europa e tutti, a partire da Germania e GB si fanno gli affari loro: nessuno punta a misure condivise. Quasi quasi siamo noi i soli a provarci... Ma non si era detto che siamo Europei? E la BCE è forse solo un'allucinazione che abbiamo avuto? ...Ma nessuno si stupisce.
Nessuno si stupisce più di niente, questa è la verità.
Sono esterrefatto, certo, ma con il passare del tempo anche l'incredulità e lo sgomento vanno governati. Occorre ripartire. Occorre ripartire sempre da qualche parte.
E stavolta per me la parte non è la politica. Se ho lasciato lì Newman per tutti questi giorni un motivo deve esserci.
Dobbiamo parlare della crisi, della fine della globalizzazione, dell'Europa che evapora. E dobbiamo parlare dell'Italia, è sicuro: povera Italia, ostaggio di se stessa, nelle mani di un tiranno, e tuttavia senza alternative a breve termine.
Ma innanzitutto credo che dobbiamo parlare di noi, delle persone che siamo. Della nostra umanità.
Umiliata. Imbruttita.
Mentre l'umanità per me tende al bello. Deve tendere al bello.
Il bello. Intendiamoci una buona volta su cosa esso sia.
Mi ha colpito quella foto che sta qua sotto, perchè in essa vedo e trovo un senso di bello eccezionale.
Fisico, morale, ambientale.
Quando ho riguardato le foto di Paul Newman egli mi è parso bello soprattutto per quel tratto onesto dello sguardo, finanche del movimento. E' sereno, anche nell'inquietudine. C'è qualcosa che trascende il lineamento, che evoca un senso del buono oltre e prima che del bello. Ma tutto questo sa, purtroppo, di ieri. Di un tempo lento, paziente, consapevole.
Semplice, anche. Dove esisteva un falso e un vero, oltre che un brutto e un bello.
Oggi invece tutto è più complesso. Il brutto è abolito, come la privazione. Il corpo è sempre scolpito, tende alla piacevolezza del suo tratto e del suo colore, deve attrarre, deve eccitare. La bellezza non è più eccezione, ma norma, convenzione, onere. Così però non è più serena.
Il corpo ha fretta di manifestarsi, e così non può lasciare molto tempo agli interrogativi su di sè: su cosa esso effettivamente manifesti.
La sua piacevolezza non è dunque consapevole.
E chi non è consapevole, prima o poi paga.
Forse avrò preso la strada più illogica, più balzana, ma questo è quello che mi viene in mente.
Un uomo all'apparenza sicuro, all'apparenza evoluto, in realtà non si conosce, non sa niente di sè. Nemmeno conosce il proprio vero aspetto, che esso è ormai convenzione.
Non sa se sarebbe bello anche senza i trucchi che usa, ma è disperato perchè teme di poterlo scoprire.
Non ha null'altro da offrire di sè, se non quel che compra.
Ma mentre compra non sa nemmeno se è ricco o povero, perchè anche la sua ricchezza è convenzione.
Forse non sarebbe ricco senza i trucchi che usa. I fatti sembrano confermarlo.
Questa modernità è teoria da laboratorio. Mero esperimento. E a volte l'esperimento fallisce.

venerdì 26 settembre 2008

Corrente Montanari.

Ho deciso. Nella ripartizione interna al PD, se proprio devo scegliere una corrente che mi aggradi al 100% ...me la inventerò; certo non per assumere il sottoscritto come leader, non scherziamo; la chiamerò invece "corrente Montanari", dal nome del professore universitario con cui collaboro da qualche anno: Bruno Montanari, filosofo del diritto. Domenica, infatti, ho assistito ad un confronto interessante tra una parte importante della classe politica piemontese e il medesimo professore. Invitato, quest'ultimo, ad un convegno in cui avrebbe dovuto relazionare la (ampia) platea sul tema "valori del PD".
Conosco Montanari ormai da tempo, e da tempo ci confrontiamo sui temi della politica. Non abbiamo sempre le stesse posizioni, ma una cosa è certa: per me come per lui i temi sull'agenda (quindi ...sulla stampa, o meglio ancora in tv) non sono quelli realmente rappresentativi delle esigenze e dei problemi urgenti del Paese. Si tratta, piuttosto, quasi sempre, di temi strumentali. Si tratta di inganni, finzioni utili solo a confondere le acque e le persone, utili solo a cristallizzare il dibattito italiano in un momento simbolico quanto superato: il Novecento.
Con questo sistema, infatti, non occorre porsi il problema di quello che oggi è il mondo, e di come vada regolato; si usano all'occorenza vecchie categorie (laici e cattolici, comunisti e fascisti, mercato o protezionismo ecc. ecc.) e benchè sia evidente come esse siano spesso completamente inservibili, inutili, fuorvianti, nessuno si pone il problema di metterle in un cassetto...Perchè se lo facesse dovrebbe forse mettere in un cassetto anche la propria carriera: di politico, di giornalista, di carrierista: dovrebbe, cioè, rimettersi in discussione, dovrebbe - sì, diciamolo - rimettersi (o molto più probabilmente mettersi) a studiare. Così, mentre Montanari illustrava alla platea, con grande semplicità, concetti cardine di un vero Stato di diritto (il Diritto non coincide con le leggi; le istituzioni devono rispettare e veder rispettate le proprie funzioni e le proprie competenze; le competenze sono indispensabili a qualificare il dibattito pubblico; il concetto di "responsabilità" deve tornare al centro della vita politico-istituzionale; è profondamente scorretto che i Poteri dello Stato negozino tra loro, come soggetti privati, spazi e competenze; è altresì diseducativa per l'opinione pubblica questa negoziazione permanente, perchè annulla il senso di responsabilità del consociato: che sarà sempre più portato a credere che un punto di accordo "poi tanto in ogni caso si trova") osservavo come i più vecchi ascoltassero attenti (direi quasi compiaciuti che qualcuno sapesse esprimere con tanta chiarezza ed efficacia pensieri che emergono spesso, solo a volte confusi, in chi è stato abituato ad avere un "senso dello Stato"). I più giovani, invece, apparivano scazzati; alcuni se ne andavano dalla sala masticando un'idiota espressione che suonava più o meno così: "ma cosa vuole questo, qui si parla di politica".
Ma cos'è, dunque , "la politica"? Pensiamoci un momento.
E' forse una legge elettorale? E' forse un'alleanza partitica? E' forse un ambiente chiuso, autoalimentato, autoreferenziale?
O è piuttosto la stessa società: nella comprensione, nella proiezione ideale che di essa si abbia?
Ti verrebbe da fermarli, quei ragazzi, chiederglielo proprio, cosa sia - per loro - "la politica" di cui parlano.
Domandare loro perchè debba ritenersi "politica" il gossip più squallido, il sensazionalismo, il paroladordinismo...l'anti-ismo...e non invece il ragionare sui fondamentali principi di coesistenza e di governo. Che è impegnativo, certo: ma non noioso, se davvero hai a cuore la società in cui vivi.
Ma poi li guardi. E lasci perdere. E' uno sforzo che non faranno: per incapacità o per svogliatezza.
Sono così sicuri nei loro costumini di "giovani politici", così sicuri nella lettura del "loro quotidiano", così già boriosi che ...."nessuno ci deve rompere i coglioni ...a noi "politici" ".
Ma "politici" di che, ragazzi?
La politica è fatica. La democrazia è fatica.
Ascoltatelo Montanari, invece di impugnare orgogliosi patetiche relazioni traboccanti di "declinare" e di "valoriale": parolette d'ordine che non ordinano un cazzo...Ascoltatelo Montanari, mentre ai politici "grandi", che parlano di "proposte del PD", domanda con molto acume, quale sia (ammesso che esista) "l'analisi del PD", prodromica a quella proposta. Ascoltatelo mentre si incazza perchè non ne può più, da cittadino e non da docente universitario, di un dibattito inesistente e corrotto, che genera una società ancor più corrotta (dal punto di vista del linguaggio, prima che di ogni altro) e anch'essa - ahinoi - inesistente (nel senso che è assai più che atomizzata).
Ascoltatelo, perchè - prima o poi - quelli come Montanari si stancheranno di parlare.
Allora, forse, dovrete provare a parlare voi: e non basterà "declinare", non vi salveranno le "offerte politiche", le minchiatelle "valoriali".
I problemi, allora, saranno sempre più grandi; le idee, probabilmente, sempre più confuse.
La "politica" sarà una scatola davvero vuota.
I "politici", dei chirurghi che non hanno mai studiato medicina.

venerdì 19 settembre 2008

Chi comanda in (Al)Italia

Lo so, è una mia ossessione. Non rassegnarmi a quel che mi "vende" la stampa italiana. Figuriamoci se posso provare simpatia per i piloti e i dipendenti che ridono e festeggiano il fallimento della trattativa.
Figuriamoci se posso condividere l'ostruzionismo sindacale.
Ma il caso Alitalia forse è un pò più complesso di quanto non vogliano farci credere.
L'offerta di CAI (non il club che va in settimana bianca, il cartello di salvataggio con la crema dell'imprenditoria italiana) a detta di molti analisti era peggiore di quella di Air France.
Ieri, però, quella fu bocciata, mentre questa - per "senso di responsabilità" - dovrebbe essere accettata: come avrebbe detto Paolo VI, "senza porre condizioni".
Suvvia, non facciamo gli ingenui. Berlusconi, che sparò sulla trattativa con Air France insieme all'avvedutissima Lega, sollecitando all'intesa su un'offerta più debole vuole difendere davvero gli interessi della compagnia?
Le nomine in Mediobanca di ieri possono magari far comprendere quale sia lo stato (nel senso di assetto) del sistema economico italiano? E se si, quindi, offrire magari elementi di valutazione a 360°? Boh.
E il PD che dice? Poco o niente, e quel poco lo dice con la consueta mollezza.
Vorrebbe criticare l'operazione CAI ma ...non ce la fa.
D'altronde non è colpa di nessuno se a capo di CAI c'è Colaninno, e se il di lui figlio fu candidato
(...sapete da chi...) a capolista PD in Lombardia.
Meditiamo insieme, se volete, su tutte queste cose.
Che possono essere significative, insignificanti, condivisibili, sciocche...Ma i piloti e i dipendenti non ballano certo "sul Titanic" da ieri; fingere che sia così è ipocrita e strumentale.
E anche l'ostruzionismo sindacale non esiste da ieri.
Dov'erano gli uomini di responsabilità quando, boicottando l'intesa con Air France, si condannava Alitalia a morire, e si progettava il prestito-ponte (a spese degli Italiani) per prolungarne l'agonia?
Ve lo dico subito: a sputtanare Prodi, che a quel punto doveva essere colpevole di tutto (e di più) per soddisfare un disegno utile a Berlusconi e ad un vero genio della sinistra italiana.

L'utilità di Berlusconi la vedo, la sento, la patisco.
Quella del genio la intuisco e la vedo appena.
Essere a capo del niente non è l'ambizione di un grande politico.

domenica 7 settembre 2008

Repubblicani, desolazione e decadenza americana.

Mi piacciono gli Stati Uniti, molto: mi piace la concretezza americana, e con il passare degli anni trovo che anche la superficialità americana (quella che Gaber irrideva esemplarmente il "Libertà obbligatoria") abbia qualche aspetto, neanche troppo nascosto, da rivalutare.
Benchè vada in sollucchero ogni volta ripensi a Sigonella e all'unico caso di "muscolarismo italico, mi trovo spesso a "combattere" con chi, in Italia, ama ridurre gli Usa ad arroganza, militarismo, colonialismo commerciale, colonialismo e basta. ecc.ecc.
In questa mia ricerca di un punto di vista più obiettivo e non stupidamente antiamericano, cui la lettura dei saggi del Prof. Mammarella ha offerto un fondamentale contributo (almeno all'esperimento del tentativo, non so se anche alla sua riuscita), mi sono addirittura convinto che fossero nel G.O.P. repubblicano, più che nei Dem, le vere "note nuove" della politica di oltreoceano.
Bush, da questo punto di vista, sarebbe stato sì nefasto, ma quel che si è mosso "intorno" a lui, come mobilitazione e presenza collettiva (e finanche intellettuale) costituiva - almeno così mi è parso / mi era parso - un fermento quantomeno degno di osservazione, in specie dato l'immobilismo sociale democratico (almeno ante primarie).
Tale fermento avrebbe infatti dovuto essere prodromico - proprio nella presa di coscienza delle nefandezze compiute da questa amministrazione uscente - ad un passaggio del partito verso posizioni meno radicali, e la candidatura Mc Cain sembrava confermarlo.

Tuttavia la recente convention (e prima ancora la scelta della signora Palin come VP), che ha formalizzato la candidatura, già sembra smentire, purtroppo, questa previsione.
Tutto resta come prima, e a giudicare dalle sciocchezze o dalle rozzezze dei protagonisti, forse è anche un pò peggio.
MC CAIN (biografia: vedi sotto): ovvero la virtù politica della cicatrice.
«Mi sono innamorato del mio Paese quando ero prigioniero di un altro. Ho lavorato con esponenti di entrambi i partiti per risolvere i problemi che andavano risolti. E così intendo governare da presidente. Ho il curriculum e le cicatrici a dimostrarlo. Il senatore Obama non ha né l'uno né l'altro»
PALIN (governatrice Alaska, candidata VP: nota bene, questa signora sforna prole in quantità, e del resto pare che in America sia un vanto; ultimamente, con grande generosità, ha messo alla luce un figlio down: cui, se diventerà VP, potrà certamente dedicare molto tempo ed attenzione).
Quando il suo primogenito stava partendo per l'IRAQ, disse: «I leader del nostro Paese stanno mandando questi ragazzi ad affrontare una sfida che viene da Dio, per questo dobbiamo pregare per loro, perché c'è un piano, e questo piano viene da Dio».
Quanto alla politica estera starebbe seguendo un vero e proprio corso, molto accelerato, da Joe Lieberman (ex candidato democratico VP con Al Gore, ora indipendente/repubblicano: dev'essere uno di quegli esponenti "di entrambi i partiti" che piacciono a Mc Cain): questo in quanto non sarebbe ferrata in tale materia ...E forse non solo in tale materia.
Sembra, infatti, che la "studentessa Palin" abbia preso il passaporto solo nel '97 (!) e da quanto leggo sulla stampa italiana pare che la sua carriera scolastica sia stata tutt'altro che folgorante: cinque college cambiati in sei anni (due alle Hawaii, uno in Alaska e due in Idaho), e poi la laurea in giornalismo conquistata due anni fuori corso.
Ma Palin a parte, sono in tanti, troppi (tra cui, purtroppo anche Rudolph Giuliani, personalità per cui ho da sempre grande ammirazione) che dal palco della Convention hanno intonato patetici discorsi in puro stile texano: patria, Dio, famiglia, pistola, petrolio, valori...
Le solite parole d'ordine, insomma: in cosa stia dunque questo "cambiamento" (che pure rivendica Mc Cain) faccio fatica a capirlo. Mi sembra, anzi, un forte arretramento; che è innanzitutto culturale; e se sarà, poi, anche politico, ed elettorale, lo vedremo.
In ogni caso mai come oggi credo che Obama possa farcela, e - tutto sommato* - dovremmo rallegrarcene molto.

* perchè "tutto sommato"? perchè l'affaire di corna che ha toccato John Edwards (politico con ideee chiare e, nota bene, un chiaro blocco sociale di riferimento), il suo imbarazzato insabbiamento, la crocifissione del reprobo ...testimoniano come anche in casa Dem non si sia ancora superato l'insulso sovrapporsi di sfera pubblica e sfera privata. Si viene espulsi dal sistema politico per ciò che nulla ha a che vedere con responsabilità politiche. Ed è incredibile. Dopo 20 anni dal caso Hart, questo è un tangibile segno di una permasta arretratezza culturale, profonda: che è di tutto il sistema Usa, a destra come a sinistra.
Anche se il moralismo e la retorica repubblicani, s'è appena detto, restano comunque imbattibili; e insopportabili.

Il ritorno.

Tornato, superati (quasi del tutto) i "postumi del viaggio, sistemate le prime cose in ufficio ...ritorno ad occuparmi di questo svago non disimpegnato che è il blog.
Dopo le innumerevoli, e insostenibili, polemiche estive in casa PD piemontese (di cui ho avuto eco rumorosa anche in giro per l'Europa) segnalo l'intervento di Gianluca Susta (comparso sulla "Repubblica" di ieri) "a stemperare gli animi"; mi pare un buon punto da cui ripartire.

Susta: "Diamo modo e tempo a Morgando di indicare una strada per rispondere alle preoccupazioni di Chiamparino"
Sergio Chiamparino ha ragione: la battaglia alle primarie è stata anche, e forse soprattutto, contro di Lui, ma è stata anche l’unica battaglia vera nelle primarie del PD in Italia, anticipando il confronto che è in atto oggi a livello nazionale.
Ma se così è e se quella - come dice Lui - è stata “una lotta di potere”, allora Chiamparino deve prendere atto, come ho fatto personalmente, che abbiamo perso; anzi, bisogna prendere atto che noi abbiamo perso solo a Torino (e particolarmente in Città) dove non tutti (e non mi riferisco certo a Lui il cui impegno è stato generosissimo!) si sono chiesti il perché!
Chi si è riconosciuto nella mia candidatura, nelle Province, ha capito che si sarebbe vinto solo con un certosino lavoro di base; lo abbiamo fatto e abbiamo vinto. A Torino abbiamo fatto troppo ‘i fighi’ e abbiamo sperato nel richiamo dei ‘big’ e nella ‘società civile’; non abbiamo capito che un partito di massa deve avere solidi punti di riferimento “di opinione” ed istituzionali, ma deve anche avere militanti generosi e appassionati che si mobilitano nei momenti topici. Così hanno fatto Popolari e Sinistra per; al contrario di noi e così abbiamo perso.
Certo! Questo è il tempo di capire chi sta dalla parte della modernizzazione e dell’innovazione (e ‘Chiampa’ certamente le incarna), ma anche se queste possono convivere con un partito in cui si possa discutere, lasciar discutere, dubitare, dire la propria e dissentire, indirizzando anche le scelte delle istituzioni, senza apparire come sabotatori.
Diamo tempo e modo a Gianfranco Morgando, affinché, con serenità e pazienza, indichi una strada per rispondere alle preoccupazioni di Chiamparino, senza delegittimare il lavoro di questi mesi e di chi lo ha portato avanti in Segreteria, nei Forum e in direzione, ‘sustiano’ o ‘morgandiano’ che sia.
Se non vogliamo ammazzare il ‘bambino in culla’ (il PD), almeno in Piemonte, dobbiamo far capire, da un lato, a Morgando, collaborando con Lui e chiedendo reciprocità ai suoi sostenitori e senza picchiarlo in testa un giorno sì e l’altro anche, che non può governare un partito così chiudendosi nella sua “non” maggioranza del 14 ottobre; dall’altro occorre incalzare il partito, a Torino come a Roma, ad aprire al massimo la discussione, riconoscendo a tutti pieno diritto di cittadinanza, non solo per darsi una generica ‘mossa’, ma per intraprendere con coraggio – come vuole Chiamparino e come, nel mio piccolo, desidero anch’io – la strada del riformismo vincente, che non è quella del rilancio dell’ ‘Unione’, ma che è invece quella del “partito a vocazione maggioritaria” che si candida a vincere, che non rinuncia a se stesso e alla sua identità in caso di sconfitta e che sa recuperare i rapporti con l’elettorato moderato senza perdere i ceti popolari. Smettiamola di lavare i ‘panni sporchi’ in pubblico e discutiamone una volta per tutte negli organismi
di partito”.