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mercoledì 23 giugno 2010

La giustizia e la privacy sacrificate al gossip.

È sempre più difficile orientarsi nel dibattito politico. Anche perché questo rischia di essere, alla prova dei fatti, uno sforzo inutile. Spesso si assiste alla genesi di iter legislativi ambiziosi e complessi. Malgrado le premesse, tuttavia, essi diventano presto travagliati, contrastati, quindi forieri di polemiche infuocate (dove il fuoco è in realtà televisivo assai più che parlamentare). Quasi sempre, infine, questi grandi progetti giungono ad arenarsi, o a spegnersi, o a far perdere silenziosamente le proprie tracce, mentre a colpi di decreti, di urgenze vere o presunte, e di fiducie, si costruisce e definisce l’incerto tessuto normativo di questo incerto paese.È un problema democratico? In qualche modo probabilmente sì. Ma esso è ancora piuttosto, ad oggi, soprattutto un problema di “efficienza democratica”. Nel senso che ad un dato livello di democrazia, non corrisponde, nei fatti, un utile impiego ed esercizio della medesima. A cosa porterà, in futuro, questo colpevole spreco, non è oggi dato sapere. Una riflessione, tuttavia, si impone. A chi interessano davvero le possibili conseguenze di quel che accade? Paradossalmente i meno preoccupati sembrano essere tanto gli artefici di questa “delegittimazione parlamentare” (si tratta di lobbies – tra loro anche di diverso segno, tipo e carattere – che tuttavia non possono non considerare gli effetti dello svuotamento del ruolo, nonché del luogo, istituzionale), quanto i più scalmanati difensori della “democrazia à la carte”: con ciò definendosi qualcosa che ormai ciascuno definisce e “garantisce” a proprio gusto e piacimento; del tutto astraendosi, però, da ogni criterio oggettivo di riferimento. Se i primi, i delegittimanti, non stanno, storicamente, solo nel centrodestra – o, almeno, non sono contigui al solo centrodestra – i secondi, i garanti, costituiscono invece una porzione sempre più abbondante del centrosinistra cosiddetto radicale. Dove il radicalismo, però, attenti, va espandendosi. Estendendosi, cioè, ad ambienti e settori sempre più ampi e trasversali.L’occasione per questa “mutazione genetica” di un certo settarismo che per convenzione definiremo “progressista”, è stata, ed è tuttora, il dibattito sul ddl intercettazioni. La cosiddetta “legge bavaglio” è divenuta quasi subito un feticcio, buono da agitare in ogni luogo e consesso. Ovunque, ormai, non si fa che inveire contro la «fine della libertà», «la morte dell’informazione», e quindi appunto «della democrazia”». L’aspetto simbolico, legato alla reazione al divieto – che verrebbe a costituirsi – circa la diffusione delle trascrizioni di colloqui privati, supera pertanto di gran lunga ogni censura ad un testo normativo che pure è lungi dall’esserne immune. Non ci vuole infatti molto a capire che 75 giorni di intercettazioni sono (ovvero almeno possono essere, in molti casi) insufficienti alle finalità di indagine; e neppure occorre essere pm o avvocati per rilevare come i tre giorni di proroga ammissibile (di volta in volta) siano un insulto al buon senso. Per non parlare poi dei limiti alle intercettazioni ambientali: quasi provocatori.Su questo la sinistra potrebbe aprire un fuoco imponente contro il governo e la supina maggioranza parlamentare. Invece accade che l’aspetto fondamentale, dirimente, dell’obiezione opposta a questo infelice disegno, finisca per colpire l’unica parte in effetti condivisibile di quella proposta: cioè l’intenzione di porre fine a una gogna mediatica, ad una sadica esposizione al ludibrio che è ormai abitudine consolidata, in Italia; e che è indegna di un paese civile. Non basta, cioè, che un reo sia indagato, intercettato, rinviato a giudizio, processato e condannato. Non basta neppure sapere di cosa sia accusato, in cosa consista il reato ascritto e le circostanze in cui esso è maturato.No, la gente vuole di più: vuole la “verità”. Una verità che come tale diventa “democratica”. Anche se è indebita, casuale, inutile, addirittura violenta. Anche se a volte pure ferisce, se distrugge, e in certi casi addirittura uccide. «È la verità”, che diamine!È la democrazia», che diamine! Tutto questo è avvilente. L’unica, drammatica verità che emerge da questo ennesimo, insulso dibattito, è che il desiderio di sapere, di conoscere, di capire, si riduce ad una insana voglia di pettegolezzo, di morbosi e magari ridicoli particolari; quindi una voglia, più che di giustizia e verità, di intollerabile moralismo. È straziante vedere la sinistra immobile di fronte ad una simile degenerazione etica di una vasta parte del proprio elettorato: del tutto incapace di frapporsi a questo sfacelo, e di ricondurre invece il proprio ruolo di forza di opposizione su binari più opportuni. Usando, cioè, tanto rispetto per l’autonomia della magistratura, e per il prezioso lavoro che essa svolge (non poco complicato, si è detto, dai limiti imposti alle indagini), quanto per uno dei principali cardini della coesistenza civile e (appunto) democratica: la privacy.L’unica, magra consolazione, è che dopo mesi di polemiche e risse, anche questo ddl molto probabilmente finirà in qualche cassetto, o sarà annacquato in revisioni che lasceranno letteralmente il tempo che trovano. Non cambierà nulla. Berlusconi potrà passare così, una volta di più, per quello che “ha le mani legate”, e stavolta magari pure per un difensore dei diritti civili. Noi, invece, sempre lì, aggrappati alla rassicurante (?) conservazione di uno ieri trascorso quanto indefinito, ed ora anche a sue strampalate interpretazioni. In balia degli eventi, come un infante privo di autonomia e di capacità di discernimento. Come dire: dal bavaglio al bavagliolo.
(articolo pubblicato su "Europa" del 22.6.2010)

martedì 11 maggio 2010

Il tempo non ritrovato.


Francois Truffaut scriveva spesso delle sue pene (in particolare d'amore) ad Helen Scott, sua amica e consigliera.
Su carta da lettera, con la penna, si intende. A quel tempo non esistevano le mail.
Un uomo così impegnato, così intensamente preso dal proprio lavoro, aveva il giusto tempo da dedicare al racconto, del tutto spassionato e - perchè no? - in fondo anche inutile, a colei cui egli sentiva di dover "confessare tutto" di sè. Quasi fosse la cassaforte dei suoi fantasmi.
Ma cosa resta di una lettera? Cosa resta di quel che si affida ad essa?
Cosa resta del rito di prepararla, e prima ancora di pensarla, e quindi di spedirla? Quando lo spazio fisico che ti separa dall'"invio" non è ancora un clic di tastiera. E invece, ad esempio, una passeggiata verso l'ufficio postale, con accanto il giardino pubblico, le voci dei passanti, e ancora i tuoi dubbi, le esitazioni, le incertezze.
La lettera è un lusso che l'individuo moderno ha perduto.
Con essa ha probabilmente smarrito anche il senso, insieme effimero (nell'impiego del tempo utile, diversamente impiegabile) e insieme profondo, di quel gesto. O, insisto, di quel Rito.
Un sms, una mail, non lo sostituiscono certamente appieno. Abbreviando tempi e spazi, diminuiscono lo "spreco" delle nostre (esigue) risorse, ma sacrificano - con esso - l'elogio della dimensione dello "scrivere"; la sua unicità, la sua temporalità.
In un fluire denso di parole digitali, le vecchie lettere scompaiono dalla vista e dal cuore.
A volte, ritrovandone alcune che ho spedito, fatico a riconoscere la persona trascorsa che le ha estese.
Altre volte, ritrovandone alcune che non ho inviato, sono sopraffatto da quello stesso pudore, da quella stessa timidezza che mi indusse allore a "fermarle".
Altre volte ancora, quando non ho avuto neppure il coraggio di pensarle, mi accorgo che avrei dovuto mettermi seduto, perdere tutto il tempo che c'era da perdere. E scrivere. Cancellare, rifare. Finire.
Per poi fermarmi, magari. Sopraffatto dal pudore; che è poi solo l'altra faccia del rimpianto per la scompostezza del nostro coraggio.
Ma scrivere, sempre.
Quel tempo che non ho perso, allora, non lo ritroverò.

venerdì 30 aprile 2010

Fini, un’operazione debole. Ma che mette paura.

Sono passati ormai alcuni giorni dalla rottura pubblica tra Fini e Berlusconi, e gli analisti hanno potuto dissertare, interpretare, elaborare previsioni.Diversissime, s’intende, a seconda della testata per cui lavorano. Complessivamente mi pare registrarsi un generale favore per quel che Fini ha detto; e anche per il come, e dove, lo ha detto. Naturalmente ci sono anche i dissenzienti. Ma in realtà, i dissenzienti mi sembrano imprevedibilmente numerosi. E non tutti argomentano in modo chiaro. Pare infatti incomprensibile, quel che tuttavia ho sentito e sento fare da alcuni (anche nel centrosinistra), l’idea di subordinare la bontà dell’iniziativa di Fini solo al numero di senatori e deputati che egli riuscirà, nel caso di “uscita”, a trascinarsi dietro.Quasi che con tale, incidentale, manovra di “sottrazione” si debba esaurire l’operazione politica da lui intrapresa.Quasi che la premessa repubblicana da cui essa muove (importa poco, sia chiaro, se sincera o insincera, appunto in quanto “oggettivamente repubblicana”: quindi tanto più preziosa laddove è già avanzato lo stato di crisi delle istituzioni) sia cosa residuale, trascurabile. E, ancora, quasi che lo sforzo, insieme appassionato e glaciale, che Fini ha profuso da quella pedana, non debba o non possa uscire dalla sala della direzione nazionale del Pdl; o che non possa, allo stesso tempo, una volta uscito da quella stanza, incontrare il favore di tanti italiani: quantomeno preoccupati dal livello di imbarbarimento del nostro sistema politico.Perchè, dunque, questa diffusa volontà di cercare, quasi a tutti i costi, solo i punti deboli della (a oggi, peraltro, solo ipotizzabile) strategia di Fini; per poterla, poi, in alcuni casi, espressamente liquidare come “velleitaria”? L’analisi è libera, si dirà; ma converrete come un’analisi autenticamente libera sia oggi merce troppo rara per non legittimare qualche piccolo sospetto.Ritengo quindi naturale porre alcune semplici domande. A chi serve, in fondo, che l’azione di Fini sia intesa come velleitaria? C’è per caso chi può temere la sua ritrovata autonomia? E infine: esiste forse un’“invidia”, per questo leader non solo nel suo campo di provenienza? Così mi interrogo, data la stranezza del dibattito; poichè, quando dell’avversario, o del possibile partner, si stima scarsa la credibilità, non ha molto senso sottolinearne la limitatezza.Infatti, in occasione di recenti altre operazioni “autonomiste”, non si è visto un pari livello di ostentazione di sfiducia; o, quantomeno, di perplessità.Per Fini, invece, si ha l’impressione che quasi ci si impegni, a non crederci.E, questo, nonostante una larga fetta di elettorato, non (più) obbediente, o non ancora del tutto “perduto”, reclami a gran voce una pagina nuova, e soprattutto più libera, nella vita pubblica italiana.Certo, non ci si può esimere dal considerare le difficoltà tecniche che il quadro politico attuale presenta (specie con riferimento alla legge elettorale); ma che pena se davvero pensassimo di liquidare tutto in una mera conta di truppe.«Eppure oggi funziona così», potrebbe obiettare qualcuno: e avrebbe anche ragione, non v’è dubbio. Ma questa degenerazione “dell’oggi” non ci piace. Anche parlando con colleghi ed amici di centrodestra da tempo concordiamo su questo punto: cioè su quanto sia brutta questa politica che ci “lega”, che ci imprigiona a un fasullo stereotipo bipolare. Però, la volta buona che per coraggio, o per paura, o per pazzia, o per qualsiasi altra ragione si rompe questo muro, anziché brindare alle nuove possibilità e ai nuovi spazi che ci si spalancano dinnanzi, ecco che siamo subito pronti (anche nel Pd) ai distinguo più vari: che è «bravo Fini», «sì, ma...»; «...adesso forse è presto»; «...è un’operazione perdente »; «...è troppo solo » ; «...comunque è un incoerente»; fino alla schizofrenia per cui «...in fondo è sempre un fascista» anche se «...ormai è un socialdemocratico ». Ma non è tanto la critica, a colpire, sia chiaro; bensì la finalità con cui pare mossa. E soprattutto la disponibilità collettiva che essa riesca a incontrare, a un’analisi lucida. Che fin da ora si pronostica limitata. Proprio del Pd, in fondo, qualcuno potrebbe ben dire: «È immobile». Ma considerata l’abilità democratica a vedere il bicchiere (vuoto) sempre mezzo pieno, non escludo che ci possa essere chi addirittura riesca a leggerci un plauso all’equilibrio, e quindi un complimento.A Fini, invece, credo che nessuno faccia, e farà complimenti; né sconti. E neppure ci si ironizzerà sopra, scommetterei; che Fini è un freddo: non ispira battute, e non ispira i blogger. Lui, peraltro, non mostra mai una gran voglia di ridere; e questa storia probabilmente fa più che altro paura, a tanti. Fa paura a destra, dove si apre una falla dopo sedici anni, e si vuole evidentemente prevenire con ogni mezzo il regicidio.La fa a sinistra, dove la forte personalità del presidente della camera non ha (ad oggi) alcun adeguato contraltare. E, dulcis in fundo, anche nel mezzo dell’emiciclo, chi ha pazientemente (e faticosamente) consolidato la propria posizione terzista, non vuole certo ritrovarsi scavalcato “al centro” da un post missino già berlusconiano. Ecco dunque che il fatto certamente più rilevante di questi ultimi anni rischia di essere annacquato, edulcorato dalla stagnante prudenza del ceto politico.
(articolo pubblicato su "Europa" del 29.4.2010)

giovedì 15 aprile 2010

Addio.


Addio a Edmondo Berselli.
Senza alcun dubbio uno dei più significativi intellettuali italiani.
Probabilmene di sempre.
E sia chiaro, non c'è un grammo di retorica.
Un addio terribile, un dispiacere inconsolabile; e improvviso, per chi non sapeva del suo stato di salute.
Ma un addio in qualche modo relativo, perchè penso che alcuni di noi (forse sempre di meno, ma sempre più consapevoli) ce lo avranno sempre presente, Edmondo Berselli.
Ogni volta che apriranno un libro. Ogni volta che scriveranno. Ogni volta che penseranno.
Che penseranno. A quante cose sia la vita. E l'uomo che la attraversa, con tutte le sue parole.
§§§
"Anch'io voglio guardare con ottimismo al futuro. Abbinare un colore al senso delle cose che cambiano. Anch'io voglio continuare ad avere una speranza; o magari due o tre. Perché anch'io sono un bambino degli anni Sessanta. Perché anch'io sono un eclettico"
(edmondo berselli)

lunedì 5 aprile 2010

Il silenzio.


A volte è una condanna, a volte è un'opportunità. E non sempre va spiegato.
Ma ogni silenzio presto o tardi finisce.
O si fa grido.

domenica 10 gennaio 2010

Coraggio.




La vicenda Bonino nel Lazio mi pare l'ennesima prova di quanto siamo straordinariamente bravi a complicarci la vita. Posto che non mi pare che una candidatura “interna”, o comunque capace di aggregare tutto il centro e tutta la sinistra, fosse (e sia, tuttora) così irrealizzabile; e posto che non voglio porre alcuna pregiudiziale verso la Bonino, che è persona che stimo, desidero sottolineare alcuni aspetti. Sbaglia ancora una volta, Paola Binetti, a dire che in caso di candidatura della Bonino lascerà il Pd, perchè non si può fare di ogni questione una “battaglia per la vita”: specie quando si parla di candidature, di persone; ma soprattutto sbaglia perchè così facendo cade - ancora una volta - nella trappola di chi vuole strumentalmente spingere il Pd alla divisione interna. Mi stupisce, altresì ..lo stupore.. con cui la Bonino replica a chi legittimamente sottolinea alcune incongruità della sua candidatura. Da persona intelligente quale è non può infatti non comprendere quali reazioni possa ragionevolmente suscitare il suo nome, nel bene e nel male. Mi pare appena evidente che la scelta del candidato per il Lazio fosse (e sia), per mille ragioni intuibili, una scelta di “massima delicatezza”, per noi. Da operarsi, cioè, anche nella considerazione del disagio profondo del nostro elettorato, di fronte alle vicissitudini degli ultimi mesi. Di fronte cioè a chi chiede – e sono tanti – una classe dirigente più “aperta”, più “socialmente rappresentativa”, e anche - perchè no? - più "rassicurante", non so se la miglior risposta possa individuarsi nella figura campione del libertarismo e del laicismo radicale. Per quanto di indubbio spessore, intendiamoci.


Non adesso, almeno.


In questo momento, di grande frammentazione sociale, dovremmo infatti mirare a costruire un partito e un percorso politico che stiano realmente “nel cuore” della società italiana; e che non indugino, invece, in un pernicioso e pericoloso intellettualismo di maniera: che non si è mai attagliato, a ben vedere, alla pratica politica italiana. Ma anche un partito più sicuro, e più orgoglioso di sé: non dimentichiamoci che la candidatura Bonino nasce proprio dalla nostra provata incapacità – in queste settimane – di “osare”, di “fare un nome”. Siamo il primo partito dell'opposizione e del centrosinistra (con e senza trattino), non dimentichiamocelo. Certamente non dobbiamo mettere pregiudiziali sugli alleati. Ma nemmeno mettiamocele da soli, per favore.


Più coraggio, ci vuole.