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domenica 26 settembre 2010

Quando è possibile, è possibile.



E' di pochi giorni fa la notizia che la Procura di Milano ha aperto e poi archiviato un'inchiesta nata dalla denuncia di un uomo che incolpava oggetti non identificati, leggi UFO (di colore bianco) di provocare disastri climatici. Costui avrebbe spiegato come questi ''veicoli di colore bianco'' producessero ''scie chimiche'' in grado di modificare il clima, così provocando calamita' naturali, come tsunami e uragani. Gli inquirenti, dopo aver aperto l'inchiesta, l'hanno archiviata perchè il fatto non costituisce reato. Fa ridere? Forse. Io però non rido troppo, che giusto l'altroieri, in coda in tangenziale, a Torino, ho avuto - per quanto molto repentina, ed altrettanto repentinamente svanita - l'impressione di trovarmi innanzi ad un fenomeno analogo. Vero che l'oggetto era lontano, e che ci vedo proprio poco, ma prima che mi sovvenisse l'esistenza delle mongolfiere e dei palloni aerostatici, ho vissuto attimi di stranimento, fissando il cielo con uno sguardo attonito che sarebbe piaciuto a Steven Spielberg.
Il fatto è che oggi tutto è possibile; pertanto UFO e loro avvistatori non possono essere nè soprattutto sentirsi discriminati.
In fondo lo stesso proliferare delle tesi scientifiche più disparate sul medesimo evento o fenomeno, peraltro in crescente contraddizione tra loro, ci induce a ritenere che non ci siano più ipotesi, o verità, pregiudizialmente escludibili.
Così gli UFO ci stanno; come i mostri nei laghi (studi recenti dimostrano che effettivamente in quella foto satellitare si vede qualcosa che potrebbe essere..), gli alligatori nei water (studi recenti dimostrano che ci passano, basta che stiano a dieta e mangino molte fibre), la coca con l'aspirina (un ormai non più recente video di Elio ne provava in modo chiaro gli effetti devastanti), Paul Mc Cartney che non è Paul Mc Cartney (questione di zigomi e mento, passati al computer, e lui non è lui) eccetera eccetera.
Viviamo un'epoca eccezionale, la cui eccezionalità sta giustappunto nel livellamento verso "un mezzo" migliorato, scolarizzato, informato; e quindi, in definitiva, verso una competente superficialità.
Se tutto ciò ha un senso, ne deriva che tutto può averne, di senso.
Così il ridicolo può ambire ad essere serio; l'incredibile, credibile. Il falso, vero.
La credibilità delle istituzioni (vedi le case che non sapevi di aver acquistato, o quelle che dopo mesi non si riesce a sapere di chi siano) ci aiuta poi ad intraprendere con maggior consapevolezza questo viaggio verso l'inconsapevolezza.
Ma ora si fatto tardi, scusate. Vado a terminare il mio cerchio nel grano dietro la tangenziale.

domenica 19 settembre 2010

Una domenica al mare.


Una domenica al mare, senza uscire di casa.
Un cielo grigio, pieno di iodio e di vento.
Un salto indietro nel tempo, senza muoversi.
Tutto è unico, nei ricordi; se in quei ricordi c'è qualcosa, o qualcuno, di cui ti importava davvero.
E se non ti rircordi più bene, fregatene.
L'unica cosa che deve esserti precisa, è il tuo voler tornare indietro.
*
Nella foto: Neil Young (il 28.9.10 esce "Le noise", suo nuovo album di inediti)

mercoledì 15 settembre 2010

Il Capo, il padano e i due bolognesi.

Sono sempre stati uguali. Anche quando non si conoscevano. Anche quando – saranno ormai quarant’anni fa – nessuno li conosceva. Quando erano solo l’anima nascente, fattasi poi crescente, quindi travolgente, di un territorio vasto: vasto e articolato nell’istinto e nelle abitudini di un popolo intero, non meno che sulle mappe. Un territorio ben identificabile, là a nord; eppure, al tempo stesso, un territorio senza confini. Senza latitudini. Un nord che va anche a sud, quando è il caso. Quando serve. L’uno, di Milano, presto famoso tycoon modernista, re della comunicazione e dalla finanza; gli altri, figli ancora anonimi di una qualsiasi Brianza, come di un qualsiasi lembo del trevigiano: popolari, loro, quand’anche proletari. Così terrigni, così poco moderni; eppure anch’essi, in qualche modo, inediti, nel proprio conservatorismo.
Attraversano gli Ottanta in posti, ruoli e condizioni molto diverse; benché tutti già allora accomunati da una dichiarata passione per la sostanza, per la concretezza: “se serve si fa”, è il loro maschio motto. Ed è così ovunque: all’assemblea di Confindustria, bijoux e doppiopetto, come al bar di Carugate, stecca e gessetto.
L’alba dei Novanta li sorprende più vicini. Quando gli ancora anonimi secondi cominciano a fare politica “per la propria terra”, il più famoso, il primo, gliela sta già trasformando: ha appena terminato di costruire città numerate. Si risolve quindi ad affiancarli, per dare loro una mano. Anzi, una guida. Diciamo pure un faro.
Così si vedono anche da lontano. Del resto a loro basta uno sguardo, per capirsi: non servono troppe parole. La vita che hanno scelto è infatti priva di sofismi: ripudio di tutto ciò che sia, o sembri complicazione, tripudio dell’utilitarismo spinto. Spinte anche le parole: dove sesso e virilità assurgono a esplicazione e metro della robustezza d’indole: funziona subito, è un successo di pubblico, su scala nazionale.
È così che capiscono come il progetto che hanno in animo sia troppo grande, per limitarsi nello spazio e nel tempo. Occorre prenderselo tutto, questo paese; non più solo un pezzo, là in alto, per quanto grosso. Per quanto loro. È il ’94, la rivoluzione del “fare” si può finalmente fare. Ma servono alleati. Le contingenze di quel momento fanno sì che siano un ex missino e un ex dc a completare la squadra.
In mezzo a tanto nuovo, brillano dunque due pezzi di passato.
Se questo è il prezzo da pagare alla vittoria – spiega il capo – ben venga. I due intrusi paiono fedeli, del resto. E rispettosi di quel capo; al punto giusto distratti, quando è il caso. Quando serve.
I nodi, tuttavia, presto o tardi arrivano al pettine. Quei due, complementi posticci di rivoluzione, si rivelano alla fine lontani dal mondo che i nuovisti nordici conservatori predicano e brandiscono. Tanto per i linguaggi che per i contenuti. Non profetizzano nuovi miracoli italiani, loro; non parlano di sesso, neppure lo mimano durante i comizi. Normali e misurati, non penetrano nell’anima crassa dell’homo italicus, loro. Conoscono invece bene l’arte del compromesso: ne sono entrambi maestri, seppure con stili differenti. Bolognesi di nascita ma romani di adozione, essi incarnano infatti la capitale prudenza della prima repubblica; finanche i suoi riti bizantini.
Il patto quadripartito, sancito a cavallo del nuovo millennio, per quanto forzato, resiste, in qualche modo sull’onda di reciproche contaminazioni. I vecchi provano a mostrarsi, anch’essi, nuovi; i nuovi si sforzano di coltivare, anch’essi, una antica temperie. Le cose vanno così avanti, tra alti e bassi, fino al punto in cui la natura provvede definitivamente a dividerle. Prima il democristiano, poi il postfascista. Né l’uno né l’altro regge – infine – alla prova del nove.
Cioè l’eterna polarizzazione stato/individuo, repubblica/tirannia, ordinamento/eversione. Per quanto pure il potere lusinghi, abitui, anestetizzi, c’è infatti un’antica regola cui richiamarsi.
Per alcuni è una stella polare, per altri – meno prosaicamente – un confine, un recinto. Oltre il quale c’è un rischio.
I due bolognesi, meno conservatori degli altri, eppure meno nuovisti, sono avvertiti, anche nelle letture; nelle vecchie scuole di partito se ne facevano, del resto. Così scopriamo che il postfascista ha scaricato Hobbes ben prima di Mussolini. E che il democristiano non lo ha dimenticato del tutto, Dossetti.
Piace quasi pensare che sia un rigurgito di dignità e di memoria, a spingerli lontano dal delirio e dal controllo di un Padrone ormai ex padrone; sempre più vecchio, sempre più arrogante, sempre più un ricordo; e, come tale, sempre più incerto. E bisognoso di conferme.
Conferme che egli trova ormai solo in loro. I normali, normalizzati, normalizzatori fratelli padani gli restano, unici, fedeli. Quasi avvinti nell’identità. Svegli, questi: mica si sono fatti rincoglionire da Kant e da Dossetti, loro. Evoluti, questi: che ora li puoi trovare ovunque: mica solo là.
Sono padani senza confini.
Padani anche senza Padania. Sono sempre stati uguali, loro. E ora che si conoscono, ora che anche il paese, tutto il paese, li conosce, e parla la loro lingua semplice, schietta, turpe, vuota; ora anche il paese si riconosce.
(articolo pubblicato su "Europa" del 14.9.2010)

martedì 31 agosto 2010

Un dolore.


E' un dolore, un grande dolore, la morte di Laurent Fignon.
E' il dolore del tifoso, lo sgomento per la fine della vita di un uomo giovane, di un atleta, quindi di un preteso invincibile.
Ma è soprattutto il dispiacere, profondo, di chi ha condiviso, sia pure attraverso un libro (un bel libro), l'epilogo dell'esistenza di un proprio mito, scoperto uomo di spessore, alla fine quasi di un "amico" - come sono solito, in fondo, considerare ogni autore che sappia conquistarmi il cuore. Ne parlavo giusto un anno fa, sui 400colpi, "recensendo" Nous étions jeunes et insouciants, la sua autobiografia. Proprio una settimana fa, ad Honfleur avevo visto il libro in riedizione, con una nuova prefazione, di fine 2009 o inizio 2010, in cui Fignon parlava dell'evoluzione della malattia. Non sembrava incoraggiante, ma non pensavo sarebbe stato così repentino, il precipitare delle cose.

Mi mancherà, Fignon. Anzi, mi manca già adesso. Mi manca, molto più dell'atleta, quell' "amico" incontrato per caso: intelligente, profondo, sensibile.

lunedì 30 agosto 2010

Tavola antropologica, a Parigi.

Proprio come in quei film di genere, in cui si categorizzano - prima di tutto in senso antropologico - gruppi e schieramenti politici.

Se capitate a Parigi non negatevi il piacere di vivere un vero stereotipo: ovvero lo stereotipo di un'alternativa, nell'alternativa possibile ...tra due stereotipi. Nella parte sud/mediana della Ville Lumiere, tra Boulevard St. Germain 151 e Boulevard du Montparnasse 102 (separate, di fatto, dalla lunga Rue de Rennes) si consuma infatti l'eterna lotta tra progressisti e conservatori.
A tavola, però. Sì, a tavola: e sentite perchè.
A St. Germain si trova la brasserie Lipp: storico ritrovo di intellettuali, è oggi - come sempre - la meta di una Parigi ultraborghese, spocchiosetta, e prevalentemente bianca. Questo sarebbe giusto il posto per un film in cui De Funes fa, tanto per cambiare, l'imprenditore o il rampollo incazzoso di qualche nobile famiglia. Da copione anche i camerieri se la tirano, e se possono rifilarti una rispostina "parisienne", non lesinano (31.12.09, h. 13,55: intento ad assaggiare un pave de rumsteck a media cottura, con classico intingolo di salsa bernese, osservo una distinta coppia di inglesi che - gentilmente - chiede al responsabile di sala se vi sia posto per la sera. "A casa mia, forse" è la cordiale risposta di costui, che quasi neppure rivolge loro uno sguardo). Ma parigini (e parigine) freschi di teatro e onusti di gingilli, camerieri più o meno antipatici e tutto il resto a parte, Lipp è semplicemente bello. E da provare. Dentro tutto luccica, anche la memoria, e tutto sa di una cura antica.
Si dice che il primo a (ri)entrarvi, dopo la liberazione del '44, fu Hemingway. La cosa non stupisce: essendo questi di stanza nel locale sito esattamente di fronte a Lipp, il "Deux Magots" (altro pezzo di storia), ed essendo uomo che amava e praticava e teorizzava il viaggio, niente di meglio che avventurarsi in un attraversamento di strada, per poi cantarlo come un lungo percorso esistenziale.
Si dice anche (lo dice lui) che BHL ne fu allontanato per vari anni, causa litigio con il maitre. E che dovette attendere - per la riammissione - l'ingresso in pensione di costui.
Che rigidità, che formalismo. Anzi, lo stereotipo del formalismo.

Mezzo km più a sud si scorgono, anche a distanza, le luci della Coupole. Ancor più storico ritrovo di pittori e scrittori negli anni '30 (inaugurato il 20 dicembre 1927 da Ernest Fraux e René Lafont, conobbe un rapido successo ospitando personalità come Jean Cocteau, Joséphine Baker, Man Ray, Georges Braque, Picasso, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, André Malraux, Jacques Prévert, Marc Chagall, Édith Piaf) oggi questo locale accoglie una Parigi borghese più "aperta": socialmente ed etnicamente trasversale, e rilassata al punto giusto: e questo vale tanto per la clientela che per gli addetti al servizio. Qui infatti, lungi da quel distacco a volte quasi infastidito di sopra, i camerieri sono più cordiali: addirittura disponibili a mettersi in carovana per una carnevalata, quando c'è un compleanno da celebrare (a sorpresa), gridando a squarciagola "Bon anniversaire" mentre portano al (malcapitato) festeggiato una gigantesca torta. Che è finta, però: così, appena l'attenzione generale si sposta dal tavolo in questione, la torta la segue. Qui tutti gli addetti sono piuttosto informali. In particolare ce ne è uno, ormai da qualche mese, in costume indiano, con tanto di turbante e diadema. Sarà divertente, se ci andrete, vederlo condire la tartare (sudando un casino) dentro la sua - ammesso che sia indiano pure lui - tradizionale palandrana. E vi sembrerà magari strano veder svolgere queste operazioni sotto un Picasso originale, ma ve l'ho detto, qui sono informali. Anzi, lo stereotipo del non formalismo.

In realtà, però, i menu non sono molto diversi tra Lipp, la conservatrice e Coupole, la progressista: all'85%, può ben dirsi che siano sostanzialmente identici. Anzi, si può tranquillamente dire che siano identici a quelli di qualsiasi altra brasserie. Di destra, sinistra o centro che sia. Quel che dovrete capire, pertanto, è - qualità dell'esecuzione a parte - quale ambiente vi si confaccia di più. In fondo, come diceva Gaber, la vita è tutta una questione di gusti. Di gusti, sì, più ancora che di opinioni: che sono i primi a fare le seconde, in quel percorso di antropologizzazione dell'idea che - specie in questi luoghi che vi ho descritto - trova luogo.

Quando sarete seduti al vostro tavolo, accanto ad un compleanno chiassoso (e una torta finta) o ad una carovana di ottimati appena tornati dall'Opera, pensateci.

domenica 22 agosto 2010

La libertà secondo Fini.

Le idee, i concetti, e prima ancora le parole che servono a rappresentarli.Tutto sembra avvolto, nel dibattito pubblico italiano, da un’ambiguità di fondo, che inibisce sempre più la comprensione di ciò di cui si discute, o di cui si vorrebbe discutere. Resta tuttavia da capire se tale ambiguità rappresenti una disfunzione del sistema, o se invece sia rivelatrice di particolari retaggi, che condizionino i protagonisti di quello stesso dibattito.Userò, quale esempio, la sempre fervida creatività nominalistica dei politici.Poche settimane fa è nato il gruppo parlamentare che fa capo al presidente della camera. È stato battezzato Futuro e Libertà.Se il riferimento al futuro può spiegarsi nel richiamo del nome scelto – a suo tempo – per la fondazione vicina allo stesso presidente Fini (FareFuturo, appunto), quello alla libertà è più sorprendente, poiché si mantiene nel solco della nostra destra recente, da cui pure Fini sembra volersi allontanare.La parola “libertà” – per quanto già storicamente legata a certa tradizione conservatrice – è stata infatti oggetto, negli ultimi anni, della più spietata cannibalizzazione berlusconiana. L’attuale capo del governo ha, fin dalla sua discesa in campo, fatto della “libertà”, o meglio ancora di una stereotipata (e molto personale) interpretazione della stessa “libertà”, il vero segno distintivo di quel suo campo.Ripetendola come un mantra, ma senza mai spiegare bene a quale tipo di libertà alludesse, egli ha – anzi – addirittura confuso le due categorie fondamentali dell’essere liberi: ovvero l’essere liberi da (qualcosa, qualcuno), e l’essere liberi di (fare qualcosa). Con conseguenze di non poco conto.Da Fini, pertanto, ci si sarebbe potuti attendere un allontanamento da questa china, equivoca e pericolosa. Invece non è stato così.Per carità, forse l’opera di “mondatura” della destra, che egli ha appena iniziato, vuole investire anche i linguaggi (rendendoli più consapevoli) oltre che i comportamenti, ma è un fatto che – a nostro avviso – Fini ha perso un’opportunità di chiarificazione. E, a conti fatti, anche di innovazione.Egli non è il solo, tuttavia. Pure a sinistra, ciò che è tradizionale tende spesso a diventare insuperabile, anche a parole. Si pensi al richiamo alla “giustizia”, che viene solitamente trasfuso – senza tuttavia alcuna esatta coincidenza – nell’aggettivo “democratico”: a sua volta variamente declinato. Sì che quel che ne sortisce, alla fine, è una (appunto) tradizionale contrapposizione tra “libertà” e “giustizia”: non solo anacronistica, ma del tutto non condivisibile.Mi piace ricordare, a riguardo, quel che scriveva Guido Calogero nel manifesto del liberalsocialismo del 1940. Calogero sosteneva (ovviamente in modo più articolato di quanto qui possa rendersi) come le istituzioni della libertà politica e quelle della giustizia economica si sostenessero e si richiedessero vicendevolmente; legate, egli spiegava, da un «nesso indissolubile di reciproca presupposizione ».Tanto a Fini che a Bersani, Calogero avrebbe pertanto ricordato che «nè la libertà può essere un futuro, rispetto alla giustizia, né la giustizia un futuro rispetto alla libertà. Entrambe debbono essere presenti ed operanti, a garantirsi e a promuoversi a vicenda». L’esperienza dei governi di centrosinistra della prima repubblica, in particolare nella fase di ascesa e consolidamento del Partito socialista, ha visto applicato con notevole successo questo principio.Dopo, purtroppo, una vuota radicalizzazione di schemi e schieramenti – pure favorita dal sistema elettorale – ha isolato due valori che pure dovevano (e dovrebbero ancora) marciare insieme.La libertà ha bisogno di giustizia. La giustizia di libertà.Il mutato quadro politico fa sì che la possibilità di farle coesistere non sia oggi – per varie ragioni – prerogativa della sola parte progressista. Fini probabilmente l’ha capito; ma allora, ci chiediamo, perchè non dirlo? Perchè non scriverlo? Tanto più che egli proviene da una destra sociale.Così, mentre lui nicchia, e il Pd – come sempre – osserva, l’unica eccezione nel panorama descritto si ritrova sorprendentemente (?) in Nichi Vendola.Uomo che viene dal mondo della giustizia (della sinistra pura), egli ha capito, non da adesso, come l’arroccamento su quel concetto lo avrebbe condannato – se possibile – ad un’ancor maggiore residualità. Così ha rischiato, ha rotto un tabù e sfidato un ossimoro, e nel 2009 è nata Sinistra e Libertà. Un anno dopo è indubitabile come, almeno personalmente, Vendola abbia vinto la propria scommessa.Pare che quel che di lui maggiormente colpisca il pubblico sia la chiarezza, lo slancio innovativo. Forse, aggiungiamo, anche il banale coraggio di dire una parola in più. La parola giusta.
(articolo pubblicato su "Europa" del 21.8.2010)

martedì 17 agosto 2010

Dimenticabile presidente.


Si dice sempre bene di chi muore: è un'abitudine figlia della carità.
E si dice sempre meglio della prima repubblica: è la naturale conseguenza del confronto con la seconda.

Per Francesco Cossiga mi guarderò bene dall'indulgere tanto sulle abitudini che sulle naturali conseguenze.
Cossiga, uomo di potere cinico e dalla "doppia verità" (ben descritto in questo articolo , di oggi, pubblicato da Ansa.it) ha rappresentato, in vita, tutto quello che della politica non ho mai amato.
E in quella di prima, e in quella di poi.
Ritengo anzi che nell'assenza di scrupoli e di senso di opportunità, e persino nell'ambiguità di Cossiga si rinvenga il miglior trait d'union tra le due repubbliche.
Non si è mai capito da che parte stesse. Credo fosse esattamente quel che voleva.
Spero però che almeno lui, in fondo, ne avesse un'idea.

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale» (Francesco Cossiga, 23/10/2008)