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mercoledì 14 settembre 2011

L'11 settembre alternativo.

Non avrei pensato che anche la commemorazione dell’11 settembre potesse diventare, in Italia, occasione di polemiche, più o meno rumorose.
Eppure certa gauche italiana, nemmeno poi tanto caviar, ideologica per tradizione e tradizionalmente antiamericana, forte di una pretesa supremazia di giudizio che pare non aver timore della Storia, né dell’evidenza e talora neppure di un banale senso di opportunità, nel decimo anniversario di un evento enorme quanto tragico, tale da rappresentare – almeno simbolicamente – uno spartiacque tra due epoche e nelle nostre stesse vite, non ha perso l’occasione per alcuni irritanti distinguo.
Ha cominciato ad ispirarla un settimanale di area, con la notevole idea di allegare al numero in edicola questa settimana un dvd contenente ricostruzioni e teorie fortemente soggettive, e parimenti discutibili, sulle reali cause del disastro di New York. Ricostruzioni e teorie tali da risultare, quantomeno con riferimento ad una simile occasione commemorativa, inopportune. Con tutta la considerazione che si possa o meno provare per certo giornalismo d’inchiesta, viene infatti da domandarsi cosa diavolo c’entri e cosa diavolo aggiunga, nel momento della memoria, una summa degli inganni possibili e delle ipotetiche truffe mediatiche consumatisi intorno al crollo del WTC.
Ma è chiaro come la libertà di stampa sia sacra, e come nessuno possa negare al lettore di un dato giornale il piacere di trovarci dentro – o allegato – quel che cerca. Il cruccio, semmai, è capire perché cerchi proprio questo. O perché lo cerchi proprio nel momento in cui la dimensione del ricordo, del tributo a chi è caduto, e in fondo – perché no? – anche a noi stessi, spettatori invecchiati della Storia, dovrebbe assorbire ogni polemica, ogni dissidio, ogni (più o meno giusta che possa infine rivelarsi) rivendicazione di verità alternative.
La risposta, forse, l’ho trovata osservando sui social network, nella giornata dell’11 settembre, gli status o gli aggiornamenti di tanti appartenenti a quella sinistra; una sinistra sempre orgogliosamente priva di dubbi e colma di ragioni.
Erano quasi tutti piuttosto ostentatamente rivolti ad un’unica e sola commemorazione: quella del presidente del Cile, Salvador Allende, e del suo assassinio, avvenuto per mano del generale Augusto Pinochet appunto l’11 settembre del 1973. Addirittura talora specificando a chiare lettere come fosse questo, e non altro, il “vero” undici settembre.
Ora, con tutto il disprezzo (storico ed umano) per Pinochet, l’orrore per il regime che egli instaurò in quel Paese, e con l’assoluta ammirazione che si deve – invece – ad un personaggio come Allende, alla sua interezza e al suo coraggio, pare sciocco pensare di architettare classifiche di gravità e di ricordi, specie quando i contesti non risultino neppure – evidentemente – paragonabili.
L’11 settembre 2001 accadde qualcosa che ancora oggi condiziona le nostre vite e le nostre scelte; e chissà per quanto tempo continuerà a farlo. L’11 settembre 2001 accadde qualcosa che ognuno di noi possiede  e custodisce nel proprio vissuto in modo indelebile, anche e soprattutto perché l’ha visto. Lo ha guardato e riguardato, migliaia di volte. Da diverse prospettive, con diverse inquadrature. Fino a ricordarsi con precisione – ancora oggi – dove e con chi fosse, mentre guardava.
Sfugge, tuttavia, come ad un popolo, quello della sinistra italiana, che si dimostra fieramente attaccato ad alcune date “nazionali”, al punto di farsi feroce quando certuni – con assai poca intelligenza – provano a scippargliele, sia poi così distratto circa l’importanza delle date altrui.
Cosa direbbe, ad esempio, se parlando del 25 aprile, qualcuno ci volesse rinvenire, in via esclusiva o prioritaria, la caduta del regime (post)salazarista? Gli riderebbe dietro, non a torto. Certo, il 25 aprile del 1974 fu una data assai significativa per il popolo portoghese; e la Rivoluzione del Garofani una tappa fondamentale verso il completamento della democratizzazione del continente europeo. Ma il 25 aprile del 1945 resta un simbolo della e nella fine del più grande conflitto mondiale del secolo scorso; infatti, oltre alla Liberazione di Milano, in Germania cadde l’Elba Day, quando le truppe alleate e sovietiche si congiunsero – appunto – sul fiume Elba. Un momento, quello, che fu decisivo nella capitolazione del Nazifascismo. E allora, tornando all’11.9 e ai “distratti” del web, come si spiega questa bizzarria? E’ sbadataggine? E’ reale convinzione di essere nel giusto? O piuttosto è la voglia di risultare sempre e comunque diversi, costi quel che costi? Di sicuro, qualunque sia la risposta, essa ci dice come residui ancora – lo si anticipava in apertura – una buona dose di vecchio antiamericanismo.
Un antiamericanismo strisciante, inutile, ormai fuori tempo massimo, e che suona – forse, se possibile – ancor più fastidioso nella misura in cui nemmeno si trovi il coraggio di esplicitarlo; anzi celandosi dietro alla sottolineatura di ricorrenze “alternative”.
Alternative ovvero “più giuste”, sia chiaro; come le indubitabili verità che tradizionalmente si posseggono, sopra tutto e tutti. Le quali a loro volta nutrono contrapposizioni, a tutto e a tutti, sorprendentemente  vuote e sterili. E nel caso in questione – mi pare – anche decisamente intempestive.

sabato 10 settembre 2011

Cazzo che bello l'amore.




Se penso a come sono stato male, davvero un dolore bestiale
Un vuoto da era glaciale che rimuovi, che non si può raccontare
Invece adesso, cazzo che bello, scopro che poteva andare peggio
Riesco ad essere contento anche se non trovo il parcheggio

L'orologio fa tic tac e mi sembra un pezzo hiphop
In ritardo, si lo so, sono in ritardo ma però

Cazzo che bello l'amore
Che nasce da una banalissima combinazione
Che ti toglie da una bruttissima situazione
Da una frase che hai detto te
Che mi ha spezzato il cuore
Che nasce da una casualissima combinazione
Che arriva come un fulmine e spacca il cuore
Da una cosa che hai fatto te

Cazzo che bello, strapazzi le uova, profumo come una macchina nuova
Mi accorgo che qualcosa è cambiato, anche se non sono migliorato
La moto che adesso va in moto, il karma si dà delle arie
E sento salire forte le difese immunitarie

Trovare una risposta che non cercavi più
Magari a una domanda che non avevi fatto tu

Cazzo che bello l'amore
Che nasce da una banalissima combinazione
Che ti toglie da una bruttissima situazione
Da una frase che hai detto te
Che mi ha spezzato il cuore
Che nasce da una casualissima combinazione
Che arriva come un fulmine un esplosione
Da una faccia che hai fatto te
Che mi ha spezzato il cuore
Che nasce da una diversissima angolazione
Che arriva come un fulmine e spacca il cuore
Da una cosa che hai fatto te
Che mi ha spezzato il cuore

(Luca Carboni, Cazzo che bello l'amore, 2011)

In questo momento particolare, particolare ma bello - di pensieri, e decisioni, e pensieri, non avrei trovato parole migliori per dire quel che sento. Domani ne cercherò altre , diciamo forse più consuete o convenzionali, e mie. Ma chissà, non è detto che diranno di più, o meglio di queste. Che con il tempo capisci davvero quanto l'amore ti aiuti, a fare quel che fai. Tutto quel che fai.

martedì 6 settembre 2011

Sciopero, Generale.



Per fortuna Bo e Luke non hanno mai conosciuto Susanna Camusso.
Altrimenti l'espressione "Sciopero Generale" avrebbe avuto un significato assai diverso.
Non so se gli Italiani ne avrebbero tratto giovamento, Rosco e Boss Hogg sicuramente si.
Questioni residuali, in ogni caso. In più di 5 anni di Hazzard abbiamo guardato tutti solo Daisy, diciamocelo.

domenica 4 settembre 2011

Saint Kitts and Nevis. 4.9.11.


Jason Rogers, Kim Collins, Antoine Adams e Brijesh Lawrence.
L'altra domenica ho scritto di uno di loro. Oggi scrivo ancora di lui, e pure degli altri tre.
Insieme hanno vinto - ai Mondiali di Atletica, a Daegu - la medaglia di bronzo nella staffetta 4x100, per Saint Kitts and Nevis.
Dietro a Giamaica (nazione regina della velocità) e Francia.

Come già scrissi sette giorni fa, SKaN è uno Stato di neppure 50mila abitanti.
Già poteva sorprendere che un paese così piccolo esprimesse il terzo uomo più veloce della Terra; ma pensare che questa sia la terza nazione più veloce, questo è assai più che sorprendente. E dà la misura di quale enorme impresa abbiano compiuto, oggi, questi quattro atleti.

Che è un po' come se Casale Monferrato, o Vercelli, o Biella (Novara no, già troppo grande, e di un bel po') mandassero - ciascuna per proprio conto - i propri atleti migliori a un campionato del mondo, gareggiando contro squadre selezionate tra popolazioni che ammontano a milioni di persone. E lì vincessero una medaglia.

E' una storia memorabile, questa. Se solo l'atletica - sport povero anche quando è ricco, riuscisse a catalizzare l'attenzione che merita, potrebbe correre il rischio di interessare a qualcuno.

martedì 30 agosto 2011

Sapevatelo.

No, non cominciate a fare i soliti. Non vi arrabbiate per sti "sudati, costosi" contributi smarriti. E' il classico atteggiamento catastrofista. Innanzitutto l'errore ci può stare. E' una manovra, o no? In una manovra capita. Voi non ce l'avete la patente? Mai perso un pezzo di parafango in una manovra? Ecco, è come un pezzo di parafango. Che si fa tutto sto casino per il parafango? No.
Tanto alla fine si sistema tutto, dai...su... E poi lo sapete che lui è fatto così. Da mò. Probabilmente vi voleva fare uno scherzo; anzi, è sicuro che è uno scherzo, dai... Poi ve li ridanno sti contributi. Magari alla fine vi ridanno anche le province. Magari anche Scajola. Magari pure Bondi.
Se vi comportate bene io dico che vanno giù in cantina a tirarvi fuori pure Gianni Pilo e Giulianone Urbani. Ok? No, Moreno e Rockfeller no, non esageriamo. E' già un bel casino così, oh... Con tutti quegli scatoloni... Poi c'è ancora tutto il triclinio mobile di Gheddafi da piegare e mettere via, non se ne parla.
Ma se fate i bravi promesso che vi regalano anche l'opera omnia di Maurizio Seymandi.
Nostalgia, eh? Comprensibile. Su, prendetevi qualche minuto, riascoltatelo. Bello, lì, davanti alla cornice e all'enciclopedia; pronto, vigile; come uno che da un momento all'altro lo chiamano per la cena (un piatto veloce e un amaro calice; poi un caffè e di nuovo al lavoro).
E non pensate per forza di aver buttato 17 anni nel cesso. Che in fondo anche ai disperati si dice che poteva andare peggio.
Era il '94.
Eravate giovani.
Eravate inesperti.
Eravate ingenui.
Ma se davvero ci avevate creduto, sapevatelo*.


* grazie a Andrea Tarquini per lo spunto.

domenica 28 agosto 2011

Gli sprinter ritornano. Kim Collins.

E' nato in un'isola che in pochi saprebbero trovare sulla carta geografica, e che fa 38mila abitanti. Ha un fisico piccolo, asciutto. Ben lontano dagli standard comuni del centometrista.

Nel 2002 non se lo filava nessuno, e vinse i Giochi del Commonwealth. Fu la sua prima grande affermazione, e si mise a piangere.
Nel 2003 non se lo filava nessuno, e vinse i Mondiali di Parigi. Fu la sua più grande affermazione, e - non credendo, neppure lui, ai suoi occhi - si mise a ridere.
Per festeggiarlo il suo sponsor tecnico, la Adidas, gli confezionò addosso uno spot in cui lo faceva correre con Jesse Owens, e in cui loro - alla fine - si abbracciano. Slogan perfetto: "Impossible is nothing". Infatti non si sapeva se fosse più incredibile che Collins abbracciasse Owens, o che Collins fosse Campione del Mondo.
Vinse ancora un bronzo, dopo, nel 2005. E, dopo ancora, non vinse più.
Un lungo declino, che in fondo non stupì nessuno.
Nel 2010, a 34 anni, annuncia il ritiro.
Ma nell'estate del 2011, Collins ritorna; e il 28 di agosto, nella finale dei 100 m. del Mondiali di Daegu è terzo. Dietro Blake, 22 anni. E Dix, 25.
Fino ai 60 m. Collins avrebbe addirittura potuto vincere, ma questo non cambia nulla. Nè alimenta rimpianti.
Collins, poco conosciuto dalle folle in quanto soggetto poco mediatico, è - per chi ama l'atletica - uno dei più grandi velocisti degli ultimi trent'anni. Al pari di altri "meno noti", come Frank Fredericks.
Perchè i grandi sprinter hanno questo, in comune: che vengono, passano, a volte pure scompaiono; ma poi tornano.

Magari non è il primo gradino del podio. Ma non è mai una volta sola.


mercoledì 24 agosto 2011

Fenomenologia di Vasco Rossi.


C’è qualcosa di sorprendente nel fatto che ormai quotidianamente Vasco Rossi esterni su Facebook tutto quello che gli passa in mente. Ma non per chi scrive, intendiamoci; perché fa esattamente quello che fanno milioni di altri utenti, nello stesso esatto momento in cui lo fa lui. O chi per lui. C’è tuttavia un nutrito gruppo di giornali e di altri siti di informazione che vedono in queste esternazioni – e nella loro frequenza – un fatto strabilante; al punto che sono pronti a fare da eco ad ogni aggiornamento di stato del cantante: che è ora il cantante malato (di una malattia che – ammesso esista – non si conosce), ora il cantante invidioso (che litiga con i colleghi), ora il cantante anti-politico (ultimamente soprattutto contro il governo) e pure un poco anti-clericale.

E così, da un mesetto buono, tutto quello che dice Vasco Rossi sulla sua bacheca del social network per eccellenza diventa un caso; e ove caso mai dovesse (come talora capita di vedere su altre bacheche, del resto) annunciarci una pisciatina, anche la pisciata di Vasco sarebbe un caso. O quantomeno ne verrebbe fuori una clip, o un “clippino”, come lo chiama lui. Se questo non è – oggi, nella società della polverizzazione e della totalizzazione mediatica – un assurdo, non saprei allora come meglio definirlo. Specie considerando che alla base della “notizia”, almeno per come viene offerta, c’è davvero poco o nulla.

Certo, ci si può inventare la storia secondo cui Vasco Rossi inviti il pubblico – surrettiziamente – al consumo di prodotti chimici, dalle droghe agli antidepressivi. Ma è un’invenzione, un falso: che quindi non può reggere. Se non per un pomeriggio scarso: cioè prima delle doverose “precisazioni”. Ma quel pomeriggio scarso scandisce giusto il tempo per le “reazioni”. E sono proprio le reazioni il pezzo forte, in questi casi. Altro che le precisazioni. Gente che non ha ascoltato le frasi a cui reagisce (il più delle volte è un politico, e non le ha ascoltate perché nemmeno saprebbe accendere un computer), e naturalmente neppure le precisazioni, raggiunta per telefono o di corsa per strada da solerti cronisti, risponde per le rime al cantante maledetto.

E così gli dice che disprezza la vita. E così gli dice che la salute è una cosa seria. E così conclude: pensi alle canzoni. Il nichilista Vasco torna dunque d’un botto “solo un cantante”, e diventa pretesto: un pretesto per moralizzare, dopo avergli organizzato, e assemblato intorno, discussioni sul nulla. Il minimo che potrebbe fare, lui, è non cadere di nuovo nella trappola. Ma se ci pensasse non sarebbe Vasco, che diamine. E poi per lui questa non è mica una trappola, anzi. Così risponde, reagisce alle reazioni. E come? No, nessun comunicato stampa ufficiale; il video, il “clippino” gli fa di nuovo, lui; di nuovo su Facebook, di nuovo un gioco, una cosa così, appunto come un qualsiasi altro utente. Ma lui è un divo, che diamine; e quindi tutti tornano a stupirsi.

Eppure il divo Vasco è diventato – se poi lo è diventato – divo, sempre tenendosi distante da ogni linea di separazione; sempre offrendosi, invece, ai fan, come uno di loro. Proprio in questo “darsi” egli è stato un paradigma del pop anni ottanta/novanta; sospeso tra un genio evidente, amaro e personale, e un trash impertinente, guascone e popolare. E ora che ogni confine è stato abbattuto (almeno in teoria, almeno per chi lo voglia abbattere) dal web, per niente solleticato – oggi meno che mai – dall’idea di isolarsi, Vasco torna; e si presenta come farebbe lo zio in pensione che ha appena scoperto internet.

E un po’ ti sorprende, come ti sorprenderebbe quello zio: solo che invece di rincoglionirsi, e rincoglionirti con Farmville, lui ti piazza lì il “clippino”: cioè se stesso, strampalato eppure unico, su internet. Ed è chiaro che ti vuole dire qualcosa; ma te la deve dire comunque ed inevitabilmente a modo suo. E questo è il punto: il modo suo è qualcosa che, per quanto cambino le epoche, resta sempre una sintesi – assai rara – di carisma e ingenuità. Piaccia o meno, quest’uomo – stupido solo per gli stupidi – colpisce e affonda ogni convenzione comunicativa con la forza del suo essere e carismaticamente e ingenuamente normale.

Nessun cantante, nessun personaggio pubblico è mai arrivato ad interagire con il proprio pubblico utilizzando Facebook (utilizzandolo davvero, si intende). Sarebbe stata una cosa banale, in fondo, a pensarci; ma, chissà perché, non ci ha pensato nessuno. Così è arrivato lui, che senza perdere tempo ha cominciato a esternare e a postare come il figlio adolescente dei nostri vicini. E tutti a chiedersi: lo fa perché è solo? Lo fa perché è malato? Lo fa per trovare stimoli? Chissà. Questo, tuttavia, non ci riguarda. Piuttosto andrebbe rilevato come quest’uomo, bizzarro eppure normale, ancora una volta rompa con naturalezza gli schemi e faccia capire, meglio di tanti – con quella stessa normalità, ingenua e magnetica – che il mondo è davvero cambiato. Che lui sarà sì sempre il solito matto, che sta sopra le righe e si mangia le parole, ma gli altri (politici “reazionisti”, cacciatori di scoop falsi, falsari, buonisti da comunicato stampa) vivono in un passato che è già morto da un pezzo. Sono stelle comete, che precipitano a mezzo fax.

Articolo pubblicato il 23.8.2011 su TheFrontPage