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sabato 2 febbraio 2013
Niente da tenere stretto, niente da lasciare.
Il Boemo non c'è più. In panchina, intendo.
Non so quanto vittima degli altri o quanto piuttosto di se stesso.
Ho sentimenti amari ma contraddittori, a riguardo, che non so esprimere bene.
Potrei interrogarmi su dove insista il confine tra coerenza e sadismo, ma non andrei lontano.
Sono invece quelle che seguono, le parole migliori per descrivere questo sentire indefinito.
Le (tra)scrivo senza retorica, con il pensiero rivolto ad un uomo che - perdente o meno, con tutta la sua forza o le sue debolezze - costituirà sempre e per sempre una parte importante del mio modo di essere e di vedere le cose. Non solo nel calcio.
Povero cuore
con la mano sul cuore, giuro,
che mai non ti vedrò accompagnare il male
e voltare la testa e piegare la schiena
abbassare la testa e abbandonare la scena.
Povero cuore
come un povero scemo
apro la finestra
e sono qui che fumo
e vivo la mia vita a passo d'uomo
altro passo non conosco
soltanto questo passo d'uomo.
Qualcuno sta aspettando
all'uscita della chiesa
benedici il suo cappello vuoto, la sua lunga attesa
è una vita che si affanna e cerca e ruba
illumina il suo tempo, insegnagli la strada
Sono solo un operaio
lungo la massicciata
il mio pane sa di polvere, la mia acqua è salata
e lavoro per la ruggine e respiro il carbone
costruisco per niente
e non ne vedo la fine.
Sono qui che guardo fuori
senza troppo pensare
vedo cadere la cenere, vedo il fumo che sale
e non c'è niente da nascondere
niente da svelare
niente da tenere stretto
non c'è niente da lasciare.
Povero cuore
come uno straniero giro
la mia terra abbandonata
abbandonato e solo
e vado per la vita
a passo d'uomo
altra misura non conosco
altra parola non sono.
(Francesco De Gregori - Passo d'uomo, 2012)
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