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lunedì 30 agosto 2010

Tavola antropologica, a Parigi.

Proprio come in quei film di genere, in cui si categorizzano - prima di tutto in senso antropologico - gruppi e schieramenti politici.

Se capitate a Parigi non negatevi il piacere di vivere un vero stereotipo: ovvero lo stereotipo di un'alternativa, nell'alternativa possibile ...tra due stereotipi. Nella parte sud/mediana della Ville Lumiere, tra Boulevard St. Germain 151 e Boulevard du Montparnasse 102 (separate, di fatto, dalla lunga Rue de Rennes) si consuma infatti l'eterna lotta tra progressisti e conservatori.
A tavola, però. Sì, a tavola: e sentite perchè.
A St. Germain si trova la brasserie Lipp: storico ritrovo di intellettuali, è oggi - come sempre - la meta di una Parigi ultraborghese, spocchiosetta, e prevalentemente bianca. Questo sarebbe giusto il posto per un film in cui De Funes fa, tanto per cambiare, l'imprenditore o il rampollo incazzoso di qualche nobile famiglia. Da copione anche i camerieri se la tirano, e se possono rifilarti una rispostina "parisienne", non lesinano (31.12.09, h. 13,55: intento ad assaggiare un pave de rumsteck a media cottura, con classico intingolo di salsa bernese, osservo una distinta coppia di inglesi che - gentilmente - chiede al responsabile di sala se vi sia posto per la sera. "A casa mia, forse" è la cordiale risposta di costui, che quasi neppure rivolge loro uno sguardo). Ma parigini (e parigine) freschi di teatro e onusti di gingilli, camerieri più o meno antipatici e tutto il resto a parte, Lipp è semplicemente bello. E da provare. Dentro tutto luccica, anche la memoria, e tutto sa di una cura antica.
Si dice che il primo a (ri)entrarvi, dopo la liberazione del '44, fu Hemingway. La cosa non stupisce: essendo questi di stanza nel locale sito esattamente di fronte a Lipp, il "Deux Magots" (altro pezzo di storia), ed essendo uomo che amava e praticava e teorizzava il viaggio, niente di meglio che avventurarsi in un attraversamento di strada, per poi cantarlo come un lungo percorso esistenziale.
Si dice anche (lo dice lui) che BHL ne fu allontanato per vari anni, causa litigio con il maitre. E che dovette attendere - per la riammissione - l'ingresso in pensione di costui.
Che rigidità, che formalismo. Anzi, lo stereotipo del formalismo.

Mezzo km più a sud si scorgono, anche a distanza, le luci della Coupole. Ancor più storico ritrovo di pittori e scrittori negli anni '30 (inaugurato il 20 dicembre 1927 da Ernest Fraux e René Lafont, conobbe un rapido successo ospitando personalità come Jean Cocteau, Joséphine Baker, Man Ray, Georges Braque, Picasso, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, André Malraux, Jacques Prévert, Marc Chagall, Édith Piaf) oggi questo locale accoglie una Parigi borghese più "aperta": socialmente ed etnicamente trasversale, e rilassata al punto giusto: e questo vale tanto per la clientela che per gli addetti al servizio. Qui infatti, lungi da quel distacco a volte quasi infastidito di sopra, i camerieri sono più cordiali: addirittura disponibili a mettersi in carovana per una carnevalata, quando c'è un compleanno da celebrare (a sorpresa), gridando a squarciagola "Bon anniversaire" mentre portano al (malcapitato) festeggiato una gigantesca torta. Che è finta, però: così, appena l'attenzione generale si sposta dal tavolo in questione, la torta la segue. Qui tutti gli addetti sono piuttosto informali. In particolare ce ne è uno, ormai da qualche mese, in costume indiano, con tanto di turbante e diadema. Sarà divertente, se ci andrete, vederlo condire la tartare (sudando un casino) dentro la sua - ammesso che sia indiano pure lui - tradizionale palandrana. E vi sembrerà magari strano veder svolgere queste operazioni sotto un Picasso originale, ma ve l'ho detto, qui sono informali. Anzi, lo stereotipo del non formalismo.

In realtà, però, i menu non sono molto diversi tra Lipp, la conservatrice e Coupole, la progressista: all'85%, può ben dirsi che siano sostanzialmente identici. Anzi, si può tranquillamente dire che siano identici a quelli di qualsiasi altra brasserie. Di destra, sinistra o centro che sia. Quel che dovrete capire, pertanto, è - qualità dell'esecuzione a parte - quale ambiente vi si confaccia di più. In fondo, come diceva Gaber, la vita è tutta una questione di gusti. Di gusti, sì, più ancora che di opinioni: che sono i primi a fare le seconde, in quel percorso di antropologizzazione dell'idea che - specie in questi luoghi che vi ho descritto - trova luogo.

Quando sarete seduti al vostro tavolo, accanto ad un compleanno chiassoso (e una torta finta) o ad una carovana di ottimati appena tornati dall'Opera, pensateci.

domenica 22 agosto 2010

La libertà secondo Fini.

Le idee, i concetti, e prima ancora le parole che servono a rappresentarli.Tutto sembra avvolto, nel dibattito pubblico italiano, da un’ambiguità di fondo, che inibisce sempre più la comprensione di ciò di cui si discute, o di cui si vorrebbe discutere. Resta tuttavia da capire se tale ambiguità rappresenti una disfunzione del sistema, o se invece sia rivelatrice di particolari retaggi, che condizionino i protagonisti di quello stesso dibattito.Userò, quale esempio, la sempre fervida creatività nominalistica dei politici.Poche settimane fa è nato il gruppo parlamentare che fa capo al presidente della camera. È stato battezzato Futuro e Libertà.Se il riferimento al futuro può spiegarsi nel richiamo del nome scelto – a suo tempo – per la fondazione vicina allo stesso presidente Fini (FareFuturo, appunto), quello alla libertà è più sorprendente, poiché si mantiene nel solco della nostra destra recente, da cui pure Fini sembra volersi allontanare.La parola “libertà” – per quanto già storicamente legata a certa tradizione conservatrice – è stata infatti oggetto, negli ultimi anni, della più spietata cannibalizzazione berlusconiana. L’attuale capo del governo ha, fin dalla sua discesa in campo, fatto della “libertà”, o meglio ancora di una stereotipata (e molto personale) interpretazione della stessa “libertà”, il vero segno distintivo di quel suo campo.Ripetendola come un mantra, ma senza mai spiegare bene a quale tipo di libertà alludesse, egli ha – anzi – addirittura confuso le due categorie fondamentali dell’essere liberi: ovvero l’essere liberi da (qualcosa, qualcuno), e l’essere liberi di (fare qualcosa). Con conseguenze di non poco conto.Da Fini, pertanto, ci si sarebbe potuti attendere un allontanamento da questa china, equivoca e pericolosa. Invece non è stato così.Per carità, forse l’opera di “mondatura” della destra, che egli ha appena iniziato, vuole investire anche i linguaggi (rendendoli più consapevoli) oltre che i comportamenti, ma è un fatto che – a nostro avviso – Fini ha perso un’opportunità di chiarificazione. E, a conti fatti, anche di innovazione.Egli non è il solo, tuttavia. Pure a sinistra, ciò che è tradizionale tende spesso a diventare insuperabile, anche a parole. Si pensi al richiamo alla “giustizia”, che viene solitamente trasfuso – senza tuttavia alcuna esatta coincidenza – nell’aggettivo “democratico”: a sua volta variamente declinato. Sì che quel che ne sortisce, alla fine, è una (appunto) tradizionale contrapposizione tra “libertà” e “giustizia”: non solo anacronistica, ma del tutto non condivisibile.Mi piace ricordare, a riguardo, quel che scriveva Guido Calogero nel manifesto del liberalsocialismo del 1940. Calogero sosteneva (ovviamente in modo più articolato di quanto qui possa rendersi) come le istituzioni della libertà politica e quelle della giustizia economica si sostenessero e si richiedessero vicendevolmente; legate, egli spiegava, da un «nesso indissolubile di reciproca presupposizione ».Tanto a Fini che a Bersani, Calogero avrebbe pertanto ricordato che «nè la libertà può essere un futuro, rispetto alla giustizia, né la giustizia un futuro rispetto alla libertà. Entrambe debbono essere presenti ed operanti, a garantirsi e a promuoversi a vicenda». L’esperienza dei governi di centrosinistra della prima repubblica, in particolare nella fase di ascesa e consolidamento del Partito socialista, ha visto applicato con notevole successo questo principio.Dopo, purtroppo, una vuota radicalizzazione di schemi e schieramenti – pure favorita dal sistema elettorale – ha isolato due valori che pure dovevano (e dovrebbero ancora) marciare insieme.La libertà ha bisogno di giustizia. La giustizia di libertà.Il mutato quadro politico fa sì che la possibilità di farle coesistere non sia oggi – per varie ragioni – prerogativa della sola parte progressista. Fini probabilmente l’ha capito; ma allora, ci chiediamo, perchè non dirlo? Perchè non scriverlo? Tanto più che egli proviene da una destra sociale.Così, mentre lui nicchia, e il Pd – come sempre – osserva, l’unica eccezione nel panorama descritto si ritrova sorprendentemente (?) in Nichi Vendola.Uomo che viene dal mondo della giustizia (della sinistra pura), egli ha capito, non da adesso, come l’arroccamento su quel concetto lo avrebbe condannato – se possibile – ad un’ancor maggiore residualità. Così ha rischiato, ha rotto un tabù e sfidato un ossimoro, e nel 2009 è nata Sinistra e Libertà. Un anno dopo è indubitabile come, almeno personalmente, Vendola abbia vinto la propria scommessa.Pare che quel che di lui maggiormente colpisca il pubblico sia la chiarezza, lo slancio innovativo. Forse, aggiungiamo, anche il banale coraggio di dire una parola in più. La parola giusta.
(articolo pubblicato su "Europa" del 21.8.2010)

martedì 17 agosto 2010

Dimenticabile presidente.


Si dice sempre bene di chi muore: è un'abitudine figlia della carità.
E si dice sempre meglio della prima repubblica: è la naturale conseguenza del confronto con la seconda.

Per Francesco Cossiga mi guarderò bene dall'indulgere tanto sulle abitudini che sulle naturali conseguenze.
Cossiga, uomo di potere cinico e dalla "doppia verità" (ben descritto in questo articolo , di oggi, pubblicato da Ansa.it) ha rappresentato, in vita, tutto quello che della politica non ho mai amato.
E in quella di prima, e in quella di poi.
Ritengo anzi che nell'assenza di scrupoli e di senso di opportunità, e persino nell'ambiguità di Cossiga si rinvenga il miglior trait d'union tra le due repubbliche.
Non si è mai capito da che parte stesse. Credo fosse esattamente quel che voleva.
Spero però che almeno lui, in fondo, ne avesse un'idea.

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale» (Francesco Cossiga, 23/10/2008)

lunedì 16 agosto 2010

Underground Zero.


Quando ho sentito che il Presidente Obama si era dichiarato favorevole a che nell'area di Ground Zero sorgesse un centro di cutura islamico, la prima persona a cui ho pensato è stata Carlo Fizzotti. Esperto di comunicazione e di storia e politica americana, sostenitore (tra i primi) della new wave obamica, Carlo - e non ne avevo dubbi - si è interrogato, come tutti quelli che hanno a cuore le sorti di Obama e del suo progetto, "se fosse proprio il caso".
Me lo sono chiesto anch'io, quindi. E mi sono risposto così, con queste parole che ho appuntato anche sul profilo di Fizzotti, su FB.
Possono suonare provocatorie, in stile Signor G; ma a) ogni vera provocazione contiene un'abbondante dose di verità; b) ad agosto è tutto consentito.
"Un suicidio, senza dubbio; ma civile, di buon senso, coraggioso, vitale. Come piacciono a noi. Perchè a volte bisogna pure uccidersi, per dare un senso alle cose. Ps. Obama ha in fondo il difetto tipico di ogni uomo di potere: vuole anticipare il tempo che verrà, perchè vuole vederlo. O addirittura, meglio ancora, vuole farlo".
In ogni caso forza Obama. Dovunque tu vada, mi viene facile seguirti, perchè ci vedo (oltre alla civiltà) passione, e -come diceva Balzac - "le passioni non fanno mai calcoli sbagliati".
E poi, in ogni caso, il merito più grande che ti riconosco, è quello di non restare alla superficie delle cose, e delle questioni. Il coraggio che dimostri nel voler indagare, a costo del dissenso, la profondità dei problemi, mi e ci stupisce molto - in realtà - perchè di questi tempi, e specie qui da noi, essa pare merce più che rara. Esaurita, potremmo dire.
Un saluto e un ringraziamento a Carlo che mi ha offerto questo spunto.

domenica 1 agosto 2010

Una storia a tavola.


Ci sono poche cose che mi piacciono quanto stare a tavola. Meglio se insieme a persone di mio gradimento, con argomenti interessanti (o a volte, perchè no, anche spensierati) sui quali conversare.
I costi? Non è obbligatorio svenarsi, le tavole possono essere di vario prezzo. Certo, la qualità si paga, ma può ben capitare di trovarsi (più che) bene anche in posti semplici. L'importante è che abbiano un'anima: l'importante è che ci sia un'anima, per ogni tavola e per ogni prezzo. Questa è una legge direi assoluta, inderogabile. E tuttavia aggiungerei che spesso è trasgredita, anche nel Belpaese...
Potrei fare una mappa del mio territorio, segnalare posti e suggerire persino portate e angoli del locale di turno, che siano di particolare fascino e amenità; prima o poi lo farò, per adesso mi limito a considerazioni un pò disordinate.
Sono tre o quattro, in particolare, gli chef che operano "in" o "intorno a" Vercelli che sono (maggiormente) solito frequentare. Vi parlerò di tutti loro, ma di sicuro non in un colpo solo. E soprattutto ve ne parlerò come piace a me: all'improvviso, come mi viene, disorganicamente.
Parto - con un motivo preciso che mi spinge a farlo, ve lo rivelerò tra poco - da Roberto (Balgisi), nato a Varese, classe '73, vercellese di adozione. Di lui - potete scommetterci - parleranno molti, in futuro; ha cominciato a farlo AltissimoCeto (Viaggiatore Gourmet), che in una recente recensione ha consacrato abilità e talento di un ragazzo pieno di passione e disciplina (basta farci una chiacchierata, coglierete da soli la sua indole, tra il marziale e il calvinista). Leggetela, e se trovate tempo fate un salto nel locale suo e di Claudia, la moglie: "Casa Mia". Merita, vedrete. Prima di alzarvi da tavola, però, appunto come consiglia il recensore, cercate di "capire" il posto, il suo spirito, i suoi "perchè". E' sempre bello riflettere sulla passione che muove un'arte qual è la cucina. E tutti i suoi interpreti, s'intende. Gli attori, ovvio, ma a volte anche gli spettatori.
Con Roberto io ho parlato tante volte, a "fornelli spenti". Lui mi dà un Porto, o (ultimamente) uno strepitoso passito calabrese*, e io sono contento.
L'ultima volta, però, è avvenuto qualcosa di particolare, di imprevedibile. Che merita, appunto, di essere raccontato.
Seduto, da solo, in un tavolo defilato, un signore alto e canuto completava lentamente e (aggiungerei, non a caso) "dettagliatamente" (cioè dettagliando, a se stesso, ogni riflessione su ogni singola portata) il suo pranzo. Tra appunti particolari e particolari sguardi, costui non poteva non tradire, a chi sa, quello che egli medesimo sapeva. Roberto lo ha notato, e lo ha seguito, assecondandone la misteriosa competenza. Chi era quell'uomo? Troppo facile pronosticare che fosse un messo di una qualche celebre guida.
Ma non era così.

Al termine anch'io ho potuto parlarci.
E' stato singolare, ma anche bello, scoprire che dopo qualche decennio di onorata professione una persona - finalmente in pensione - possa trovare il tempo e la voglia di dedicarsi, appunto, a una passione, qual è il cibo; al punto di spenderci (più o meno) ogni momento libero; al punto di fare cose un pò pazze per assecondarla (vedi andata e ritorno in giornata per e da Ragusa, per conoscere i piatti di Ciccio Sultano, e lo stesso Ciccio Sultano**); al punto (questa è buona) da farla diventare addirittura un premio cui parametrare la diligenza scolastica dei nipotini: "se sono bravi li porto qui, o qua... (disegna su un'immaginaria cartina, n.d.r.) altrimenti dove si mangia meno bene, oppure non ce li porto del tutto ".
Non rivelerò, ovviamente, il nome di questo raro (e direi davvero apprezzabile) gourmand, nè altri aspetti più divertenti (e privati) della sua storia di viagiatore del gusto; scambiati i numeri telefonici, ci rivedremo. Io avverto già il piacere di poter sentire, ma spero anche raccontare, nuove storie che nascono e vivono intorno alla tavola; fino alla radice di un senso - il gusto - così forte e radicato nell'essere da farsi sentimento.
Un sentimento, si. Il cibo vive con noi, ci parla, ci ascolta. Vive nella nostra storia, la costruisce: è "tradizione". Dobbiamo, probabilmente, recuperarla, questa tradizione; offesa dalla pornografia del cibo fast, e forse anche un poco dal mito retorico di quello slow.
Più che una velocità, lo stare a tavola esprime - secondo me - l'atemporalità di una storia.
Che o la leggi, o la mangi.
A presto, quindi: col culo sulla sedia, per un nuovo capitolo.

* Inserirò quanto prima i dati relativi al passito che colpevolmente non ricordo.
** Apprendo come a Ciccio Sultano si attribuisca la seguente frase: "Il mondo si divide in due categorie: quelli che vengono a Ragusa e passano da Ciccio Sultano, e quelli che vengono da Ciccio Sultano e con l'occasione passano da Ragusa"
Foto: "Casa Mia", Vercelli, di Roberto Balgisi

martedì 27 luglio 2010

DDL sull'agente provocatore.

Da "La Sesia" del 27.7.2010.

Una valida iniziativa che ho presentato con piacere.