Dato
per assunto
(Monti lo ha ripetuto spesso) come le infrastrutture siano per noi un perno centrale del progetto di
rilancio del sistema-paese, e considerato come ci si trovi ancora - incredibilmente - nel
pieno del caos-Tav (con ciò denunciandosi le carenze organizzative, da un lato, e di gestione dei necessari rapporti "di comunicazione" tra elettori ed eletti, dall'altro) è un
particolare significativo quello per cui l’Agenda del Premier intenda
riportare nettamente allo
Stato le decisioni in tale materia (specificamente, si scrive sul documento vergato da Monti, le infrastrutture energetiche), tuttavia accompagnando detta scelta all'introduzione, sulla base
dell'esperienza dei
Paesi nordeuropei, dell'istituto del "dibattito pubblico" (nelle
forme della c.d. “democrazia deliberativa”).
Per l’Agenda Italia 2013, invece, coerentemente con quanto sopra, occorre verificare l’utilità dei singoli progetti in un quadro d’insieme che tenga conto del mutato stato della economia, dei bisogni realistici di mobilità di persone e merci, delle risorse pubbliche e private effettivamente disponibili, dei livelli di approfondimento progettuale, del grado di consenso degli stakeholders sulle scelte effettuate, della possibilità di “snellire” le opere puntando sulle tecnologie e sulle parti più necessarie.
Sul punto invito anche alla lettura del mio editoriale, comparso sul sito di IF il 2 aprile scorso, che qui di seguito ripropongo e che aiuta a comprendere meglio il concetto di democrazia deliberativa o partecipativa, e la sua utilità.
Per l’Agenda Italia 2013, invece, coerentemente con quanto sopra, occorre verificare l’utilità dei singoli progetti in un quadro d’insieme che tenga conto del mutato stato della economia, dei bisogni realistici di mobilità di persone e merci, delle risorse pubbliche e private effettivamente disponibili, dei livelli di approfondimento progettuale, del grado di consenso degli stakeholders sulle scelte effettuate, della possibilità di “snellire” le opere puntando sulle tecnologie e sulle parti più necessarie.
Sul punto invito anche alla lettura del mio editoriale, comparso sul sito di IF il 2 aprile scorso, che qui di seguito ripropongo e che aiuta a comprendere meglio il concetto di democrazia deliberativa o partecipativa, e la sua utilità.
Democrazia partecipativa, anche la politica è invitata
Conoscere e consultare per deliberare
di Gabriele Molinari , pubblicato il 2 aprile 2012

È stato recentemente riproposto, nel dibattito pubblico un concetto importante come la “democrazia partecipativa”, che – almeno nelle intenzioni palesate dal Governo Monti – dovrà costituire una colonna portante del nuovo sistema di regolamentazione dei lavori pubblici con impatto ambientale.
Per dirla in poche e certamente non esaustive parole, si tratta dell’introduzione della consultazione pubblica come prassi, allorquando determinate scelte amministrative possano toccare la vita o gli interessi di una (più o meno ampia) comunità.
La notizia è positiva, se si pensa che negli anni scorsi già erano pervenute autorevoli sollecitazioni ad adottare nuovi strumenti di avvicinamento tra la sfera del “chi decide” e quella del “per chi si decide”.
A metà degli anni zero del nuovo millennio ebbe infatti un periodo di notevole fama (anche nel nostro Paese) il Professor James Fishkin, direttore del “Center for Deliberative Democracy” presso la Stanford University, e padre dei “Deliberative Polls” (Sondaggi deliberativi): cioè uno degli strumenti possibili di quella “democrazia partecipativa” di cui sopra.
Di lui disse Giuliano Amato: “Fishkin dovrebbe essere ingaggiato a tempo pieno dai governanti europei, perché organizzi in ciascuno dei loro paesi dei deliberative polls su quello che essi fanno. Lo farebbero meglio, avrebbero il coraggio di dire quello che fanno e avrebbero magari più consenso di quello che riescono ad avere con i sussurri e le grida di oggi”.
Parole importanti ed impegnative, che tuttavia non dovettero – evidentemente – colpire nel segno, se è vero che dopo quasi un decennio il nostro Paese resta ancora alle prese con nodi irrisolti e l’incapacità di scioglierli (almeno preservando la pace sociale). Un esempio per tutti, il caso Tav.
Ma se l’idea di Fishkin partiva, e parte, dall’intendimento di ottenere – in capo alle amministrazioni pubbliche – questa capacità di decidere, appunto spiegando e condividendo, e realizzando, pertanto, una “discussione” che sia “informata; bilanciata (con la rappresentazione di tesi alternative); consapevole (attraverso la civile tolleranza del/nel confronto); sostanziale (cioè fondata su basi oggettive) e comprensiva (di tutti i punti di vista delle rappresentanze)”; se le caratteristiche del modello proposto dal professore sono queste, viene allora spontaneo chiedersi se la comunità politica (e parlamentare) possieda, essa stessa per prima, questo tipo di “caratteristiche deliberative” che si vorrebbero, negli auspici, estese alla più grande parte del corpo sociale.
A distanza di anni dalla (utile) lettura di Fishkin è sorprendente infatti considerare che molte delle osservazioni che quello svolgeva per esplicitare il “disagio” del corpo sociale (a causa della propria marginalità rispetto alle decisioni che lo riguardano), siano con il passare del tempo divenutepertinenti a descrivere anche il progressivo, recente scadimento del ruolo – e con esso spesso della qualità stessa – dello strumento parlamentare, o politico in genere.
Perché se “il soggetto potenzialmente più deliberativo è anche quello meno disposto a deliberare”, quel che diceva Fishkin parlando della popolazione, l’appunto è oggi senza dubbio riferibile a molta della classe politica in attività. E anche la riflessione circa il fatto che questa indisponibilità sia un portato “della mancanza di conoscenze e competenze” sembra adattarsi perfettamente ad alcuni (talora anche celebrati) protagonisti della scena corrente.
Ma attenzione: la stessa considerazione che svolgeva Fishkin, osservando come questaindisponibilità fosse essa stessa un portato della percezione – da parte del singolo – del proprio ruolo decisionale come insignificante rispetto alla massa (percezione che l’assenza degli strumenti di analisi, nonché la difficoltà a procurarseli, rende ancora più preclusiva di ogni contributo al processo deliberativo), questa stessa considerazione è oggi drammaticamente riferibile alla attuale vicenda parlamentare: in cui il peso della rappresentanza e della decisione sembra tuttavia non richiedere preparazione – né di tipo scientifico, né tantomeno come esito di un percorso di partecipazione civica – e come tale proietta quello stesso rappresentante nella piena quanto pericolosa coscienza dell’inutilità di “formarsi un’opinione competente”. Per il semplice fatto che quella stessa opinione, competente o meno che sia, continuerà – almeno in questa stagione politica – a non contare. E forse, anzi, una mite acquiescenza potrà rivelarsi più utile a fare carriera rispetto ad una raggiunta (peraltro non senza fatica) coscienza critica. Specie, poi, lo si ribadisce, con l’attuale sistema elettorale.
Ed ecco dunque come – tanto per la gente comune quanto per le sue rappresentanze – lo stato dei fatti incentivi spesso l’ “impegno irresponsabile” di cui parlava il professore di Stanford:una reazione più emotiva che razionale, cioè, alle scelte che l’agenda politica impone; un atteggiamento spesso aderente alle opzioni populiste, che rivela – nei fatti – una tendenza “negativa”, “contraria”, e sempre aprioristica nella sua maturazione quanto radicale nella sua esplicitazione.
Solo che mentre il politico di turno (dopo l’eventuale “sparata”) viene magari richiamato all’ordine dal suo partito di riferimento e da ragioni di opportunità e convenienza, il cittadino resta in balia di quella emotività e di quel populismo.
Si dirà, magari, come questa non sia affatto una situazione inedita, e come il quadro tracciato non sia altro che il naturale rispecchiamento – anche nelle sedi parlamentari, certo – del diffuso smarrimento sociale. In questo, appunto, vi è una indiscutibile ed obiettiva verità. Ma è in ogni caso necessario pensare che la democrazia partecipativa, sondaggio o meno che se ne voglia fare, non può e non potrà tenere fuori dalla porta la politica. Ed è pertanto opportuno che essa si attrezzi per tempo: non solo a dare le risposte richieste, ma anche a porsi, e porre, essa stessa – quando serve – le domande del caso.
Diversamente non ci sarà da stupirsi se di fronte a nuove crisi e difficoltà, il sistema politico dovrà– ancora una volta – cedere il passo a quei “tecnici” tanto invisi quanto però necessari, che in pochi mesi decidono e fanno più di quanto avessero fatto, in anni, i precedenti governi. E che altro non sono se non la cura a problemi rispetto ai quali il modello, intelligente ed “aperto” di Fishkin, potrebbe e dovrebbe intendersi come opportuna e moderna profilassi.
36 anni, avvocato, già consigliere comunale di Vercelli dal 1995 al 2011 e coordinatore di Anci Giovane Piemonte

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