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venerdì 12 novembre 2010

Gli outsider, l'attimo che non torna - About Mark Webber.


Tifo Mark Webber. Che dei tre pretendenti al Mondiale di F1 (in palio nel weekend ad Abu Dhabi) è di certo il meno talentuoso, il meno vittorioso e - cosa non secondaria - il più vecchio. La squadra non lo ha aiutato, il compagno nemmeno (ma questo si capisce di più), e di tifosi - almeno per i circuiti - non ne ha moltissimi.
Webber non è un campione con l'innatismo trascinante del campione. Webber è un crescendo metodico giunto adesso al punto più elevato. E, quasi sicuramente, irripetibile.
La sua situazione è simile a quella di Jenson Button, nella passata stagione: un imprevisto underdog a giocarsela con prevedibili predestinati.
Se a Button andò - infine - bene, spero che a Webber tocchi domenica identica sorte. Ma quel che sarà da lunedì è, in ogni caso, un destino complesso e singolare, che già descrissi (bene o male) per Button, e che riguarda certi tipi di uomini.
Cioè gli outsider.
Cioè gli uomini che inseguono, comunque.
Che può capitare che vincano; oppure che arrivino lì, a un passo.
Ma è una volta, è un attimo. E quasi sempre non torna.

giovedì 11 novembre 2010

Repressione.



Ultima scena de "Un borghese piccolo piccolo" (1977), noto e bellissimo lungometraggio di Mario Monicelli: il protagonista (Alberto Sordi), uomo normale, quasi banale, dopo aver rintracciato, inseguito, torturato e infine ucciso l'assassino del figlio, incomincia a pedinare un tizio che gli ha riservato una risposta scortese. L'epilogo è, quindi, solo suggerito nella sua - a quel punto anch'essa quasi banale - mostruosità. Ma basta e avanza, allo spettatore.
Perchè il personaggio è ormai chiaramente entrato nella spirale di una violenza senza logica, senza controllo, e senza confini. Persino senza nemici, in qualche modo; o, almeno, senza la precisione di un nemico. Che il nemico è ovunque, perchè il male è ovunque.
Erano 33 anni fa; quel periodo, si diceva e si dice ancora, è stato un tempo particolarmente feroce. Di una violenza folle e inusitatamente feroce; una violenza sociale.
Diffusa "tra di noi". Tra persone "normali". Ovvero libere di sentirsi tali.

Oggi le agenzie di stampa battono la notizia della scomparsa di Luca, tassista milanese di 45 anni: ennesima vittima di una nuova stagione di violenza; di nuovo senza ragioni, controllo e confini: che tanto assomiglia, appunto, a quella di quel tempo trascorso.
Quando, si racconta, "avevamo paura anche a camminare per strada"; quando nessun luogo sembrava sicuro. Quando il male era ovunque. Improvviso e devastante.

E saper morire un uomo, dopo trentuno giorni di coma, dopo che è stato massacrato per aver investito un cane, riporta a quell'idea di male. Feroce quanto illogico, e dilagante.
E dilagante, di nuovo, in quanto sociale.

Quali rimedi?

Oggi, come allora, certamente servirà l'analisi (appunto sociale) del problema. Indispensabile, intendiamoci.
Ma, oggi come allora, un'analisi che non contempli una reazione adeguata, da parte dello Stato, ci porterà poco lontano.

Repressione: è una parola che dobbiamo ritornare a considerare, legittimare, e usare. Anche a sinistra.
Perchè la vita, la storia, passate e presenti, non sono sempre edulcorabili.
Bisogna parlare del male, e contrastarlo. A partire - sì - da una stessa, distorta, ottusa idea di libertà.
Perchè la stessa normalità, lasciata troppo libera di interpretarsi, può diventare mostruosa.
O forse, anzi, lo è già.

lunedì 8 novembre 2010

sabato 6 novembre 2010

Una donna tutta sola.


Una donna tutta sola. Così si intitolava il film di Paul Mazursky che nel 1978 consacrò Jill Clayburgh come star di Hollywood. Sembrava che quel titolo, per quanto italianizzato, la rappresentasse bene. La Clayburgh esprimeva infatti, nello sguardo, la languidità della solitudine; un pò come dire "la sensualità delle vite disperate" che fotografò, cantandola, Conte, per quanto lei la sfumasse nell'ironia. Scomparsa oggi, la Clayburgh resterà nell'immaginario collettivo l'attrice americana degli anni Settanta, insieme a Faye Dunaway. Fece moltissimi film, e rappresentò il suo tempo, incarnandone gli entusiasmi e le angosce. A volte profondi, a volte effimeri. Il tempo dopo cercò altri sguardi, per altri film.

giovedì 4 novembre 2010

Memoria di Superpippo.


Non mi piace come gioca. E non mi è mai stato simpatico.
Ma segna sempre lui.
Anzi, el segna semper lu.
Anche ieri.
E solo questo conta; e ormai sono vent'anni che conta.

Inzaghi detto Pippo (o Superpippo, per chi mastica Nietzsche) è a fine carriera. Ormai è già qualche anno che è a fine carriera, a dirla tutta. Ma la sostanza non cambia.
E la sostanza si chiama gol; poi una smorfia: un grido; un agitarsi complesso, e scomposto del corpo. Che così vive.
Che il bomber vive, così; così esorcizzando la fine a scarpate in rete.

Inzaghi ricorda altri grandi bomber del passato, altre facce che non se ne andavano, palloni che entravano.
Duri a morire.
Mi viene in mente, per esperienza diretta, l'ultimo splendido Spillo Altobelli. Talmente essenziale da sembrare sensuale.
O l'immortale Santillana, venti minuti e due gol, re di coppa di un Real minore.
E che dire di Edward Paul Sheringham? Detto impropriamente Teddy, più propriamente ribattezzato Sceriffo, dopo 34 anni di goal (è inglese) a caterve, agguanta quello della vita al minuto 93 della partita della vita.

Niente da fare, se il calcio vive - ne sono certo - è per queste cose qui.
Non è per uno schema (anche se pure quelli servono), non è per gli special ones (anche se alcuni di loro dei meriti ce li hanno), nè per il packaging ossessivo di tornei e trasmissioni tv (quello proprio non mi interessa).
Se il calcio vive ancora è sempre e solo un fatto di uomini.
Facce che non se ne vanno.
Palloni che entrano.
E che con la linea bianca scavalcano epoche, generazioni.
Arrivando a quella memoria in cui anche il Superpippo merita bene, infine, di consegnarsi.

martedì 2 novembre 2010

"Come un cane senza padrone" / 2.11.1975, Pasolini.


Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d'altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, dove sono vissuti i fratelli. Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l'Appia come un cane senza padrone. O guardo i crepuscoli, le mattine su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, come i primi atti della Dopostoria, cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, dall'orlo estremo di qualche età sepolta. Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. E io, feto adulto, mi aggiro più moderno di ogni moderno a cercare fratelli che non sono più.

[ASCOLTA]

Nella foto: Pier Paolo Pasolini a Monte Testaccio, autunno 1961

lunedì 1 novembre 2010

Ruby resta Ruby.



Capita che col passare degli anni un cognome, e a volte addirittura un cognome ed un nome, passino in sorte - all'anagrafe e nell'immaginario collettivo - a soggetti assai meno significativi ed interessanti degli originali. Così può ben comprendersi come solo a un matto possa venire in mente che Paolo Rossi sia un comico; e così, allo stesso modo, solo un superficiale può credere che Armstrong sia un ciclista, o che Ferrari sia l'attrice.

Questo per dire che anche Ruby resta Ruby, malgrado tutto.