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giovedì 4 novembre 2010

Memoria di Superpippo.


Non mi piace come gioca. E non mi è mai stato simpatico.
Ma segna sempre lui.
Anzi, el segna semper lu.
Anche ieri.
E solo questo conta; e ormai sono vent'anni che conta.

Inzaghi detto Pippo (o Superpippo, per chi mastica Nietzsche) è a fine carriera. Ormai è già qualche anno che è a fine carriera, a dirla tutta. Ma la sostanza non cambia.
E la sostanza si chiama gol; poi una smorfia: un grido; un agitarsi complesso, e scomposto del corpo. Che così vive.
Che il bomber vive, così; così esorcizzando la fine a scarpate in rete.

Inzaghi ricorda altri grandi bomber del passato, altre facce che non se ne andavano, palloni che entravano.
Duri a morire.
Mi viene in mente, per esperienza diretta, l'ultimo splendido Spillo Altobelli. Talmente essenziale da sembrare sensuale.
O l'immortale Santillana, venti minuti e due gol, re di coppa di un Real minore.
E che dire di Edward Paul Sheringham? Detto impropriamente Teddy, più propriamente ribattezzato Sceriffo, dopo 34 anni di goal (è inglese) a caterve, agguanta quello della vita al minuto 93 della partita della vita.

Niente da fare, se il calcio vive - ne sono certo - è per queste cose qui.
Non è per uno schema (anche se pure quelli servono), non è per gli special ones (anche se alcuni di loro dei meriti ce li hanno), nè per il packaging ossessivo di tornei e trasmissioni tv (quello proprio non mi interessa).
Se il calcio vive ancora è sempre e solo un fatto di uomini.
Facce che non se ne vanno.
Palloni che entrano.
E che con la linea bianca scavalcano epoche, generazioni.
Arrivando a quella memoria in cui anche il Superpippo merita bene, infine, di consegnarsi.

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