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lunedì 26 maggio 2008

Un grande regista.

Un grande regista segna il tempo in cui vive. E merita che ci si occupi di lui.
Laurent Cantet non è, come dice qualcuno, il nuovo Ken Loach, nè è solo "il regista del lavoro". Cantet è semplicemente un grande regista. Me ne accorsi quando vidi "Risorse umane". Ne fui definitivamente convinto dopo "A tempo pieno" (L'emploi du temps): un film che giudicai, a me che l'aggettivo irrita un bel pò, "straordinario". Il film lo meritava.
E Cantet meritava (non so se la Palma per questo nuovo film che non ho ancora visto), in ogni caso, un riconoscimento mondiale.
Per me la sua vittoria a Cannes è una notizia importante oltre che gradita.


Per approfondimenti su 400 colpi

giovedì 22 maggio 2008

La notizia buona, dalla parte sbagliata.

Il Governo, per bocca di Scajola, annuncia il ritorno al nucleare in 5 anni.
Avrei voluto che fosse un ministro di un governo di sinistra, a dirlo; non è così e ne prendo atto.

La decisione, però, non può non trovarmi favorevole (per chi voglia sapere meglio cosa ne pensi, a dx, entrando in 'Pubblicazioni' troverete un link a un mio scritto di due [?] anni fa, pubblicato dal Tcrs dell'Università di Catania: titolo "Se il confronto è impossibile"), e lo sono ancora di più dal momento che nell'ultimo mese ho tentato in tutti i modi di diffondere, a destra e manca, il Chicco Testa-pensiero, e di invitare alla lettura del suo ultimo - bellissimo - libro, Tornare al nucleare?, di cui la copertina a sx.

Testa lo scrive così, con il punto di domanda; invece, a sentire, Scajola, che parla di un "solenne impegno" di Berlusconi, il punto di domanda è già bell'e che tolto.
La buona notizia arriva dalla parte sbagliata, verrebbe da dire, ma - infine - arriva.
E questo è l'importante, che prima che del "PD" ...io sono, e non me lo dimentico mai, un cittadino italiano.
Aggiungo, quindi, da cittadino, che se Berlusconi riuscirà davvero a far tornare il nucleare, dovremo essergliene, ahimè, grati. E lo voglio dire chiaro chiaro, stanco di imposture per l' "unità del gruppo" (...ma quale unità!?).
Sarebbe infatti un bene, il ritorno all'atomo, un grande bene per il Paese, che da quel tragico 1987 è perduto - con tutti i danni del caso - dietro ai fumi dell'ipocrita demagogia ambientalista. Anzi, anti-ambientalista, che il vero problema è l'emissione della CO2, che proprio la rinuncia al nucleare contribuisce ad alimentare, non limitando il dannoso ricorso ai combustibili fossili (le energie alternative? leggete, leggete cosa scrive Testa a pag. 33, citando dati, non riportando opinioni).
Avanzando nella lettura del libro di Testa, peraltro, mi convincevo sempre di più (e se lo leggerete capirete perchè) come sia proprio su temi come questi che la Sinistra potrebbe trovare - se lo volesse - la propria dimensione, il proprio ruolo, la propria identità del e nel XXI secolo. Cercando, con coraggio, in questo, come in altri campi, le innovazioni che possono contribuire a rendere il mondo più pulito, più equo, più giusto...e - perchè no? - più ricco e "di sinistra" al tempo stesso.
Ma occorrebbe entrare nel futuro, lasciando fuori dalla porta molti bagagli ideologici.
E questo, è evidente, "non si può fare".
Si resta, invece, ancorati a un secolo fa, e spesso nemmeno conoscendolo troppo bene, questo secolo maledetto.
Attaccati perniciosamente a quattro formulette sterili, e ad un'arroganza senza confini.
60enni d'assalto (salvo qualche 60enne troppo intellettualmente onesto, e puntualmente preso d'assalto), giovani subito vecchi (e subito cooptati), pubblici impiegati in quantità (molto meno in qualità), indiscutibile (e chissà mai perchè) ipoteca di supremazia culturale, sobria distanza da tutto (che la ggente, suvvia, ci fa un pò schifo), "difesa delle regole", "difesa del diritto" (ma quale? ...lo "ius discaricae" di Napoli?)
Intando il mondo (de sinistra) magari piano ...ma va avanti, senza di noi. Noi ..."noi", intendo, les italiens, che altrove - ad esempio - posso sperare in Obama (che, devo ammettere, mi convince ogni giorno di più): ma questo certo non mi basta.
Anzi, viste le differenze - ora davvero siderali - tra qua e , mi fa un pò rabbia. In fondo, se ci penso, non ci vorrebbe molto per convincermi: basterebbe parlare chiaro, e vedere i problemi. Proprio come si ostinano a fare quegli "stupidi" di elettori che non ci votano.

domenica 18 maggio 2008

Stare fuori.

Era del 1982 una bellissima canzone di Loredana Bertè, il cui titolo, "Stare fuori", già ne riassumeva il senso. Cantava, la Bertè, "Stare da soli è fare da sè...un po' per voglia sì, ma un po' perchè...Fare l'amico farsi compagnia...tendere agguati alla malinconia / Che sia così che va la vita ? Soli, un po' come dire stare fuori...Un po' più che un'arte stare soli ...Volere bene al tempo che ti batte e che ti lascia / Fuori".
Fuori. E' esattamente così che mi sento: oggi, in questi giorni, in questo recente periodo.
Fuori, seppur romanista, dal condiviso pathos per una contesa sportiva che è teoricamente molto bella - tutto in gioco a 90 minuti dalla fine del torneo - e che tuttavia insiste in un contesto, quello del calcio italiano, avvilente da molti anni e per molti, troppi motivi. Dopo l'era - Moggi (che spero sia irripetibile) non si può dire che le verità che emergono sulle nuove protagoniste del campionato italiano ne accreditino nobiltà e credibilità. Ma tant'è... .
Fuori da ogni interesse per un giro d'Italia che ha scandito per anni l'inizio della "mia" estate (l'inquietudine del corpo, l'euforia dell'anima), e cui - ormai senza nemmeno il minimo senso di colpa - non riesco semplicemente più a credere: come un corpo che - dopo dosi massicce di antibiotico - non vi reagisce più, naturalmente.
Fuori dal non-dibattito sul futuro del mio partito (di cui invece vorrei parlare: a lungo, pubblicamente e non ipocritamente), dei cui destini tetri sono già stato Cassandra, e che ora non pronostico migliori (visto l'inizio post elettorale), a meno di una rivoluzione copernicana: per la quale non vedo interesse in nessuno, o forse solo in pochissimi.
Fuori anche loro. Un pò per forza, un pò perchè...
(Stare fuori - Loredana Bertè VIDEO)

mercoledì 7 maggio 2008

60 anni e politica del Mediterraneo.

Israele compie 60 anni. La sua storia è particolare, dall'inizio ad oggi. E io ritengo giusto celebrare l'anniversario anche per questo: cioè per questa particolarità. Nei discorsi, nelle (cattive) analisi, Israele diventa spesso, troppo spesso, un argomento di qualunquistica divisione: ma lo è, in fondo, per un'idea vecchia (per quanto diffusa) di società e di politica. Quella nuova, che in Europa - e specie in Italia - deve affermarsi, quella che sceglie di guardare al Mediterraneo come alla grande opportunità del XXI secolo, questa politica nuova dovrà appunto vedere in Israele uno Stato fratello: uno stato europeo. E, questo, senza dimenticare che l'evoluzione dei paesi arabi, da ricercare nella condivisione - con essi - dei vantaggi oltre che dei costi, nella pacificazione, nella laicizzazione dei rapporti (ciò che è il vero obiettivo - sociale, economico, tecnologico - del nostro prossimo futuro di europei), non è in contrasto con quella fratellanza di cui prima parlavo. Entrambi gli obiettivi saranno perseguibili da una più ambiziosa politica continentale: non subalterna ad altri, ma capace di ritagliarsi un nuovo, coraggioso, ruolo. E, in questa nuova Europa rivolta al Mediterraneo, alla costruzione - in esso - di un (nuovo perchè mai esistito) ordine, un'altra Italia (non questa, temo: spero la prossima) dovrà consolidare il suo parimenti nuovo ruolo di "prima dei secondi". Ovvero, non la "protetta" di Bush, o la parente povera di Sarkozy, Brown e Merkel (ciò che tanto piace a Berlusconi), ma Paese leader degli emergenti. Ovvero il metodo che già le ha portato in dote l'Expo milanese.

martedì 29 aprile 2008

Verso il rinnovamento. Senza ambiguità.

Con la sconfitta di Roma, grande, enorme, ed altrettanto pesante, il centrosinistra italiano registra il punto più basso della sua storia. Che non era, dunque, quello del 13 e 14 aprile scorsi (non c’è mai limite al peggio), ma di certo ne è figlio: naturale o legittimo a seconda che i padri vogliano riconoscere o meno le proprie responsabilità.
A prima vista il pupo dovrà attendere un po’ per avere, tra gli altri, il cognome di W: perché quello, con buon tempismo, ha già scaricato il perdente Rutelli (che ha preso il 46%: “una brutta sconfitta”, dice Veltroni; un po’ inspiegabilmente se una settimana fa anche il 33% era una grande vittoria), provando a tirarsi fuori da un pasticcio fastidioso.
Ma è evidente come Veltroni non possa ragionevolmente pensare di cavarsela così.
Perché è altrettanto evidente come la sconfitta di Rutelli sia in qualche maniera anche la sua, in particolar modo se pensiamo a quanto i due leader si siano scoperti affini, in questi mesi. Ma è la sua, Sindaco uscente, pure per il fatto che i romani, in un modo o nell’altro, con queste elezioni sono stati chiamati a valutare la precedente amministrazione.
E il risultato è questo. Ne prenda dunque atto anche WV.
Non servirà scaricare tutte le colpe su Rutelli, nè servirà scaricarle – insieme a Rutelli – sugli stolti romani che si sono fatti infinocchiare sulla sicurezza da Alemanno. Anche perché 60 mila di loro, mentre votavano l’ex camerata, hanno ritenuto che un voto a questo sgangherato Pd glielo potevano dare: ma alla Provincia, a Zingaretti.
Certo, qualche dietrologo troppo intelligente potrà anche (anzi, lo ha già fatto) sostenere che ci sia stata un’operazione orchestrata da D’Alema dietro al voto disgiunto. D’altronde è sempre così, in certi ambienti troppo intelligenti: “se vinco è merito mio, se perdo è merito tuo”.

No, non pensavo che uscissimo così da una campagna elettorale che pure è stata – per certi versi – molto coinvolgente. Almeno superficialmente. Con buon merito di Veltroni.
Non pensavo di vedere lo stesso Veltroni che scarica in cinque minuti Rutelli, Rutelli che allora scarica le colpe su Veltroni, tutti che attaccano tutti…
Lo temevo (perché questo è il prezzo che si paga in un partito dove tutti sono generali), ma non lo pensavo possibile (perché questo rischio di conflitto era così prevedibile da suggerire tempestivi rimedi tali da silenziarlo – almeno – il conflitto).
Invece tutto si manifesta fragorosamente, ora, in questo partito: che è nuovo, purtroppo, solo a parole.
Un partito che doveva essere "democratico" (ma che zittisce il Riformista, reo di avere, per WV, "solo" 2000 lettori), che non doveva spartire nulla con l’Ulivo, quanto a metodi e alleanze, che doveva ripartire da zero, e che invece – sulle questioni pratiche, su quelle significative – non è nuovo per niente.
E' così che Rutelli, dopo aver predicato allenze di nuovo conio, si è ritrovato alleato (e ci farà opposzione insieme) con un tipo di Rifondazione detto "Tarzan": segni particolari, okkupatore.
E' così che WV, da vero padre padrone, per il ruolo di capigruppo del PD a Camera e Senato designa quelli che furono capigruppo dell’Ulivo. Con buona pace del dibattito interno.

E' così pure che per Rutelli, disimpegnato, si profila adesso il ruolo di vicepresidente del Senato medesimo. Peccato che WV, nel tripudio del nuovo, non sia riuscito a farsi dare (è stata la prima cosa che ha chiesto) la presidenza di una delle due camere, altrimenti oggi forse parleremmo di un premio assai maggiore per un candidato sindaco sconfitto alle urne.
Tutto questo non mi pare nuovo. E' vecchio, invece, è un film superato come molti dei suoi attori.

Anziché provare a ricostruire un rapporto con i cittadini, con il proprio blocco sociale di riferimento (ammesso che ne abbia uno), il Pd pare baloccarsi con la ricollocazione dei suoi vertici.
Chiaro che la domanda che si sente insistentemente fare, quando si criticano i medesimi (“sì, ma chi metti, allora?”), proprio in questa incessante perpetuazione di uomini (e donne), è destinata a non trovare mai risposta.
I militanti, delusi, continueranno a dire che “abbiamo perso un’altra volta” , ma la questione – lo dico da molto tempo – è chi c’è dietro quel “noi”.
E’, la vera questione, quella intorno a “cosa e di chi” debba essere questo Pd.
Che non doveva nascere dentro una stanza, non poteva né può crescere dentro una stanza; e che ora non può, non deve morire dentro una stanza.

lunedì 21 aprile 2008

Un partito nuovo, plurale, maggioritario.

Quando ho aperto questo blog, uno degli obiettivi che mi ero posto era quello di acquisire (almeno nella mia città) nuove persone alla politica, coinvolgendole nell'unico progetto possibile (per me) a sinistra: ovvero il Partito Democratico. Visto il mezzo che ho scelto, il web, mi aspettavo - ragionevolmente - che fossero dei giovani: è così è stato. Cito due nomi, per il semplice fatto che sono quelli di coloro che -nei commenti all'ultimo post - si sono confrontati, con molto acume, sui motivi della sconfitta. Gianluca Nostro e D.N. (io il nome per privacy non lo dico, dillo tu, N....), ...ma ce ne sono anche altri: che scrivono su questo blog, ed anche "esterni" ad esso. Ecco: mi piacciono i ragazzi (ma anche gli ex ragazzi...) che si confrontano senza rabbia, accettando di commentare una sconfitta senza camuffarla in una mezza vittoria, accettando di dover riflettere sul punto (o sui punti) di ri-partenza. Questi ragazzi, insieme ad altri che ho conosciuto - in certi casi meglio, in altri ex novo - e frequentato negli ultimi mesi, sono la vera risorsa su cui il PD (vercellese, in primis) può contare per riprendersi e competere domani. Occorre buttarli nella mischia, ma non in quanto giovani...Alcuni di loro sono, a mio avviso, del tutto pronti ad assumere cariche e impegni anche di spessore: mettendo le proprie competenze (e le proprie qualità intellettuali, il proprio bagaglio culturale: che in certi casi è addirittura - credetemi - di straordinario livello) al servizio di un partito che voglia affrontare problemi concreti. A questi ragazzi credo non interessi affatto se il PD porta a casa o meno la presidenza di una delle Camere, nè possono sentirsi più di tanto coinvolti dalla gara "all'alibi" che sembra appassionare i maiores democratici.
A tal riguardo vorrei sottolineare brevemente due questioni:
1) a chi dice che la presenza dei radicali ha allontanato i cattolici rispondo: i radicali nel 2001 erano col Polo. La loro presenza non allontanò nessuno. Inoltre, oggi, i cattolici della Pdl votano tranquillamente un partito alleato di Borghezio. Quindi: se non si riesce ad attrarre il proprio elettorato di riferimento deve per forza essere colpa degli altri?
2) a chi dice che è "tutta colpa di Prodi" rispondo: non sarà stato, allora, un errore candidare tutti i ministri del Governo Prodi, nel momento stesso in cui si diceva che si voleva "cambiare l'Italia" (ma come: cambiare, oggi, con gli stessi ministri ...di ieri...?...a che titolo si rivendica, allora, un "cambiamento"?).
Lo stato delle cose - a mio avviso - è questo: il PD è un partito plirale, con varie componenti interne. Definiamone almeno tre: quella cattolico-democratica, quella liberale e quella socialista.
Bene. Il vero errore è dire che occorre intensificare gli sforzi "monolateralmente", così marcando la traccia identitaria del partito in una delle tre direzioni, anzichè fare sì che il partito lavori e si espanda su tutti e tre i fronti.
E' evidente che in un partito di quel tipo, realmente a vocazione maggioritaria, plurale e quindi intento a ricercarsi a 360° i propri consensi, dovrà essere un Congresso a definire leadership ed equilibri.
Basta, cioè, ad autoincoronazioni che prescindono da contenuti e prospettive ideali.
E le primarie del 14 ottobre, purtroppo, assomigliavano più a questo che non a quelle vere, americane...dove ancora oggi - a pochi mesi dal voto - non si sa chi sfiderà Mc Cain.
Il futuro ci trovi dunque pronti. Viva il PD che nasce.

martedì 15 aprile 2008

0. ORA LE RIFORME 1. CHE VELTRONI RESTI, 2. MA IN UN PARTITO DIVERSO: 3. CHE INCLUDA TUTTI 4. COMPRESE LE GRANDI TRADIZIONI DELLA SINISTRA: SVANITE

L'esigenza (per contingenti motivi di lavoro) di non dilungarmi oltremodo mi induce ad alcune schematiche riflessioni. 0. L'Italia ha bisogno di riforme, e questo Parlamento ha il dovere di proporle e votarle. Confermo le mie impressioni sull'imbolsimento di Berlusconi, ma questo non è pregiudizievole a tal scopo: anzi, questo è probabilmente, in assoluto, il momento in cui egli è stato (o almeno parso) più "dialogante". Forse inconsapevolmente conscio del non avere più nulla da dire, egli propende per l'ascolto, o - almeno - per il silenzio. Occorrerà vedere se vorranno esserlo, dialoganti, anche An e (soprattutto) Lega. 1. Ieri ho avuto modo di confrontarmi con molti amici, che in questi mesi hanno letto e duramente criticato ..le mie critiche a Veltroni. Il senso è questo: "Adesso non ci verrà mica in mente di fargli la guerra...". Chiarisco subito: no. No, questa non è l'intenzione di nessuno. Di sicuro non la mia, anche se non posso non rilevare (in accordo con "Il Riformista") come WV abbia di fatto perso la sua scommessa. Il 33% è risultato modesto, corrispondendo alla media storica di DS+DL. WV non ha sfondato, ma i meriti accumulati in questi mesi sono comunque molti...anche se con qualche zona d'ombra. Il quadro politico si è infatti definitivamente semplificato, anche se all'interno di una metà - la nostra - il quadro è incompleto, talora direi malfatto... 2. Questa è, appunto, la questione del "partito". Partito che WV ha voluto costruito e definito per cooptazione, dagli organismi regionali e nazionali alle liste per Camera e Senato. Non c'era tempo, si è detto, per fare di più...Ma da chi ha fatto di "Si può fare" un vero e proprio mantra, forse - direi - era lecito aspettarsi ..di più. Ciò non avrebbe comunque cambiato le cose, direte voi: e probabilmente è vero, in considerazione del fatto che il nostro scarto era troppo ampio per essere colmato in questo poco tempo. Ma qui veniamo appunto ad un altro aspetto decisivo: i tempi: tempi che sono stati voluti, direi anche cercati - in una certa misura - da chi pareva quasi avere fretta di un confronto. Quasi che esso cadesse in un momento propizio. Ma propizio per chi? E per cosa? Forse per una scommessa molto coraggiosamente giocata; e altrettanto dignitosamente perduta. Il dato numerico è lì da vedere: è il solito da qualche anno a questa parte. Ma - oggi - senza più una sinistra da "riconquistare" o, meglio ancora, "recuperare". 3. A chi rivolgerci, oggi, dunque? A tutti, direi. Senza inseguire le icone "da candidatura" (il Vip da sistemare, ovviamente in testa alla lista: dall'impenditore all'operaio), ma attraverso un pieno e QUOTIDIANO coinvolgimento di TUTTE LE CATEGORIE PROFESSIONALI E SOCIALI. Così da poter avere, ma davvero, un partito politico moderno; così da allontanare, ma davvero, il fantasma del "professionismo della politica". Certo, è evidente che questo confronto a 360° non può prescindere da un dato storico e naturale: noi siamo, infatti, per quanto moderni e post-ideologici, collocati a SINISTRA. E oggi, per ragioni di cui mi riservo una valutazione in altro momento, portiamo (più che mai) su di noi le aspettative (molto spesso tradite) di milioni di elettori di sinistra. 4. E' evidente che un Parlamento come questo, in cui anche la parola "socialista" è scomparsa, è un Parlamento a cui manca qualcosa. Io non ho lesinato critiche a chi voleva far vivere le grandi tradizioni politiche in piccole botteghe, così da trarne la più opportunistica delle rendite. Oggi posso dire che costoro hanno avuto quel che meritavano. Oggi però devo anche dire che è nostro preciso dovere recuperare il senso migliore di quelle tradizioni, e farle vivere in un Partito che davvero può vincere la sfida del futuro. A patto che sappia coltivare una memoria delle origini, una capacità di dialogo (e in questo lode a Veltroni), ma - permettetemi - anche una capacità di ascolto. E questo dipende molto da tutti noi: ascoltiamo la società che cambia: cosa ha da dirci, e cosa ha da chiederci. Non banalizziamola come siamo spesso soliti fare.