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giovedì 21 ottobre 2010

La certezza (popolare) del diritto.


Berlusconi dice che i giudici lo perseguitano perchè sono comunisti.
I suoi seguaci sostengono che abbia ragione, benchè molti di loro non abbiano mai neppure visto un giudice in azione.
A sinistra si diceva, anni fa, che i giudici fossero fascisti.
Lo diceva anche chi non avesse mai visto un giudice in faccia. Tanto era comunque così: perchè "si sapeva".

Da ieri sento argomentare che la decisione del Consiglio di Stato sul "Caso Cota" fosse prevedibile: "si sapeva", infatti, che i giudici non avrebbero avuto coraggio (testuale: da più persone, anche politici).

Francamente io non so chi sapesse, e cosa, e perchè.
So però che quando si parla di giustizia, come di calcio, ognuno si sente legittimato a dire tutto ciò che gli passa per la testa.
E credo che questa stia diventando una situazione letteralmente insostenibile.

Dico questo perchè il giudice che sbaglia - se sbaglia - ha, come ciascuno di noi, il sacrosanto diritto di errare (per quanto il suo errore vada senza dubbio censurato: ma sulla base di rilievi giuridici) per motivi che esulino da una supposta, pretesa, scontata, possibile, facoltizzabile , insinuabile malafede.

Di questo passo in avanti, badate bene, il concetto di "responsabilità" della magistratura rischierebbe infatti di essere annullato, sempre e comunque, da un pregiudizio. Ideologico o meno che sia.

Questo comporterebbe non solo un ingolfamento della giustizia; ma addirittura del nostro modo di pensarla. Sarebbe una crisi di sistema, prima ancora che di fiducia; sarebbe grave, e del tutto inutile. Non so proprio a chi convenga.

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