
La bellezza sfiorisce inevitabilmente. Nessuno può sottrarsi a questa legge di natura: per quanto si possa e si voglia contrastarli, la consunzione e il decadimento del corpo non troveranno,infine, ostacoli. Ciò nonostante, ogni consunzione e ogni decadimento seguono un proprio corso, hanno una propria storia.
Com'è stato bello Tony Curtis, alias Bernard Schwarz, morto giovedì scorso, a 85 anni.
Com'era perfettamente bello quando, agli inizi della carriera posava seducente davanti alla fotocamera, mostrando il suo sguardo ambiguo e sensuale; e ancora quanto era bello, ma a quel punto - invece - imperfettamente, a quasi cinquant'anni: protagonista, in quel tempo, di una serie tv (The Persuaders) che avrebbe fatto la storia: in cui il contrasto con l'austera e classica eleganza, di lineamento, d'abito e di forma, di Sir Roger Moore, ne era al tempo stesso contenitore (inteso come pretesto) e contenuto.
Ci sono persone che piacciono per un disegno complesso, e progressivo. Come se nel loro destino ci fosse, ad un certo punto, un destino di piacere. E dove a dover piacere è sì il corpo, ma in esso, e con esso, mille altre cose: ruolo, posizione economica, attitudine al sofisma, a volte - magari - pure disperazione.
Poi ci sono persone che piacciono per un caso: un caso potente e inarrestabile. E senza dubbio molto semplice.
Per loro piacere non è un destino, è un dato di fatto; ed è un fattore indipendente da ogni altro fattore eventuale.
Per loro piacere è naturale, la loro stessa natura è piacere. Nessun destino, nessuna progressività.
Semplice, appunto, e pura bellezza.
Fu questo che capitò a Curtis, come capitò alla leggenda Monroe. O come capitò, in Europa, alla divina B.B.
Tutte bellezze che potremmo definire casuali, in quanto originariamente popolari. Ma bellezze vere, trascinanti nella loro naturalezza: anche più forti dei gusti e, del caso, pure delle proprie stesse imperfezioni.
Si chiamano anche icone, esseri simbolici e quindi - in qualche modo - favolosi; ma molto spesso la loro favola non ha lieto fine (per quanto mai il finire possa risultare lieto).
Le semplici bellezze finiscono infatti in un modo altrettanto semplice. Netto.
Che non saprei descrivere.
Che saprei solo suggerire - forse - più impietoso e amaro del solito.
Quasi ci fosse una nemesi, anch'essa (naturalmente) naturale, da scontare.
In questa foto che ritrae, in suggestiva prospettiva, l'ultimo - malato - Curtis davanti al giovane divo Curtis, quello che ho scritto trova - almeno per me - conferma istantanea, e improvvisa.
E questo benchè, ormai da anni, Curtis attendesse malinconicamente la propria fine.
In ciò, tuttavia, ricordandomi un'altra fine: di un altro divo, di un altro simbolo, di un'altra - per quanto diversa - idea di bellezza. Quella della libertà, della musica. E di una canzone sempre piena di vento, di polvere, di sole. E di una radicale giovinezza.
Com'è stato bello Tony Curtis, alias Bernard Schwarz, morto giovedì scorso, a 85 anni.
Com'era perfettamente bello quando, agli inizi della carriera posava seducente davanti alla fotocamera, mostrando il suo sguardo ambiguo e sensuale; e ancora quanto era bello, ma a quel punto - invece - imperfettamente, a quasi cinquant'anni: protagonista, in quel tempo, di una serie tv (The Persuaders) che avrebbe fatto la storia: in cui il contrasto con l'austera e classica eleganza, di lineamento, d'abito e di forma, di Sir Roger Moore, ne era al tempo stesso contenitore (inteso come pretesto) e contenuto.
Ci sono persone che piacciono per un disegno complesso, e progressivo. Come se nel loro destino ci fosse, ad un certo punto, un destino di piacere. E dove a dover piacere è sì il corpo, ma in esso, e con esso, mille altre cose: ruolo, posizione economica, attitudine al sofisma, a volte - magari - pure disperazione.
Poi ci sono persone che piacciono per un caso: un caso potente e inarrestabile. E senza dubbio molto semplice.
Per loro piacere non è un destino, è un dato di fatto; ed è un fattore indipendente da ogni altro fattore eventuale.
Per loro piacere è naturale, la loro stessa natura è piacere. Nessun destino, nessuna progressività.
Semplice, appunto, e pura bellezza.
Fu questo che capitò a Curtis, come capitò alla leggenda Monroe. O come capitò, in Europa, alla divina B.B.
Tutte bellezze che potremmo definire casuali, in quanto originariamente popolari. Ma bellezze vere, trascinanti nella loro naturalezza: anche più forti dei gusti e, del caso, pure delle proprie stesse imperfezioni.
Si chiamano anche icone, esseri simbolici e quindi - in qualche modo - favolosi; ma molto spesso la loro favola non ha lieto fine (per quanto mai il finire possa risultare lieto).
Le semplici bellezze finiscono infatti in un modo altrettanto semplice. Netto.
Che non saprei descrivere.
Che saprei solo suggerire - forse - più impietoso e amaro del solito.
Quasi ci fosse una nemesi, anch'essa (naturalmente) naturale, da scontare.
In questa foto che ritrae, in suggestiva prospettiva, l'ultimo - malato - Curtis davanti al giovane divo Curtis, quello che ho scritto trova - almeno per me - conferma istantanea, e improvvisa.
E questo benchè, ormai da anni, Curtis attendesse malinconicamente la propria fine.
In ciò, tuttavia, ricordandomi un'altra fine: di un altro divo, di un altro simbolo, di un'altra - per quanto diversa - idea di bellezza. Quella della libertà, della musica. E di una canzone sempre piena di vento, di polvere, di sole. E di una radicale giovinezza.
1 commento:
Quella canzone e quel video di J. Cash sono di una poesia assoluta, gli occhi della moglie che lo guardano, la consapevolezza della fine della vita ed in fondo delle cose stesse, il paradosso che ad andarsene sia stata prima lei,tutto è di una bellezza struggente.
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