E' in un sabato di ottobre che arriva l'inverno della sinistra italiana. L'imponente mobilitazione di piazza della Fiom - contro il Governo, contro i padroni, contro l'unità sindacale, contro tutto - sancisce l'esaurimento della prospettiva di una moderna piattaforma progressista. Al fianco dei lavoratori sfilano almeno tre partiti comunisti, un partito vendoliano, il cinico Di Pietro con la sua feroce bonomia, e i sorridenti leader di un sindacato in fuga dalla realtà.
Il Pd balbetta qualche presenza individuale, preda di un'irrisolvibile vicenda identitaria.
Non è la prima volta che assisto (seppur da lontano) a queste manifestazioni. Non condividendone le premesse, ho tuttavia provato, come sempre, ad ascoltarne (magari mi fossi sbagliato) gli assunti.
In particolare partendo da loro: dai lavoratori, dagli operai, da quelli che - questo certo non lo discuto: ma, sottolineo, non sono i soli - vivono il dramma di una precarizzazione della propria esistenza, ancor prima che del proprio impiego.Non è la prima volta che assisto (seppur da lontano) a queste manifestazioni. Non condividendone le premesse, ho tuttavia provato, come sempre, ad ascoltarne (magari mi fossi sbagliato) gli assunti.
Ma è qui da sentire, quel che dicono; e io non credo di essermi sbagliato.
Ascolto infatti uno scontento generale, una paura diffusa, un'incertezza sul che fare senza precedenti. Non sarà certo colpa loro, ma è tutto caotico, disordinato: dall'operaio allo studente, dall'extracomunitario al pensionato. Mille questioni, mille rivendicazioni, mille siglette, mille istanze malamente pressate in un corteo. C'è pure il movimento dell'uomo casalingo, mi spiego?
Tutto come si confà alla piazza più tradizionale, e a chi la organizza.
Il fatto è che è tutto, negli esiti e nella sintesi che ne seguono, volto alla frammentazione di una qualsiasi prospettiva sociale unitaria.
C'è qualsiasi cosa, in queste doglianze (alcune, o molte delle quali legittime, intendiamoci); ma alla fine non c'è niente. Solo un gran casino. Solo rabbia.
E la rabbia non costruisce, mai.
L'immagine che resta è quella di un pezzo di società che se ne va da sola. Che se ne va dietro a ipotesi impossibili, dietro a slogan facili, dietro all'irresponsabilità di leader che non hanno alcuna soluzione, ma un'unica, opportunistica utilità consortile.
Che anzichè ordinarlo, sfruttanno questo stesso disordine come risorsa; come arma.
Il fatto è che quel pezzo di società che se ne va da sola, non va da nessuna parte.
Parla linguaggi vecchi, teorizza ipotesi sepolte. Non coglie le connessioni e le interdipendenze della modernità, e la necessità di una governance che non può essere settoriale. Perchè altrimenti è settaria. E non è governance. E' consorteria, infatti.
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Certo, si è nel giusto ad essere incazzati, oggi; per molti e molti versi. Ma quella che sembra l'opzione sicura è in realtà la più infingarda.
Rompere non servirà a nulla. Eleggere nuovi nemici, costruire ridicole lotte di classe, vivere in difesa servirà solo a far crescere il malessere. E ad alimentare il problema.
Questo Paese va alla deriva proprio perchè manca - da tempo - un disegno di "grande società": complessivo, organico, ambizioso.
La vituperata prima repubblica ce l'aveva.
Se dopo si è perso non è certo colpa del solo Berlusconi; il rifiuto, sostanziale, di un riformismo moderato è ascrivibile infatti a entrambi gli schieramenti.
Che dire del Pd (citato in apertura), del resto? Assiste a detti eventi, sintetizzando nella propria storia e nella propria evoluzione (specie quella recente) questi stessi fraintendimenti, questa stessa miopia, e un'insostenibile indecisione.
Nato come soggetto riformista, oggi riesce a tradire non solo quella impostazione, ma addirittura pure il suo opposto. Di cui pure ha paura.
Nec tecum nec sine te vivere possum. Una citazione di Ovidio che si adatta bene al nostro partito, e al tramonto dell'idea che gli stava accanto.
Annegata nella nostra mediocre prudenza, e nella altrui spregiudicatezza.
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